“I misteri (svelati) della Jungla Nera. Gli strangolatori del Gange e Ponson du Terrail” di Stefano Nocentini

“I misteri (svelati) della Jungla Nera. Gli strangolatori del Gange e Ponson du Terrail” di Stefano Nocentini

I misteri (svelati) della Jungla Nera. Gli strangolatori del Gange e Ponson du Terrail di Stefano Nocentini

La prima parte di questo articolo è stata pubblicata sul Numero 35 de Ilcorsaronero.

Cita questo articolo attribuendolo correttamente al suo autore (licenza CC-BY NC)

Emilio Salgari fu un frequentatore assiduo di biblioteche: quella di Verona prima, quella di Torino poi. Consultava avidamente atlanti, enciclopedie, resoconti di viaggio; si documentava, prendeva appunti, annotava, immagazzinava informazioni che poi utilizzava per le descrizioni geografiche, antropologiche, zoologiche e botaniche che inseriva nei suoi scritti. Grazie all'opera meritoria degli studiosi salgariani, oggi sappiamo molto su quali fossero i testi scientifici e divulgativi che consultò a questo scopo.

Meno invece sappiamo delle sue letture nell'ambito della letteratura di fantasia. Sicuramente era un lettore vorace di romanzi di avventura, preferibilmente esotica, in particolare di autori anglosassoni e soprattutto francesi, come Boussenard e Jacolliot, tanto che imparò il francese così bene da tradurre due libri pubblicati in quella lingua.

In quei testi, Salgari non cercava soltanto svago: in qualche occasione, cercò il plagio. Rielaborò testi altrui in romanzi che pubblicò sotto pseudonimo: è il caso ad esempio di Le caverne dei diamanti (Donath 1899, sotto il nome di E.Bertolini), rielaborazione di King Solomon’s Mines (1885) di Henry Rider Haggard, e di Avventure straordinarie d’un marinaio in Africa (Donath 1899, sempre come E.Bertolini), da Les déserts africains (1878) di Armand Lapointe1. Ma soprattutto, vi cercava fonti d'ispirazione: nomi, spunti, idee brillanti, situazioni intriganti, particolari esotici, adatti a catturare l'attenzione del lettore, attorno ai quali sviluppare le sue trame.

Questo studio scopre le fonti di uno dei primi libri salgariani, intriso di un esotismo vivido e immaginifico che contribuì non poco a decretarne il successo: Gli strangolatori del Gange, apparso a puntate su “Il Telefono” di Livorno nel 1887 e poi, rielaborato, pubblicato in volume da Donath nel 1895 col titolo I misteri della Jungla Nera. Vogliamo documentare come Salgari importò abbondante materiale da due romanzi di uno dei massimi esponenti del feuilleton francese, Pierre Alexis Ponson du Terrail: Les ravageurse Un drame dans l'Inde, apparsi in Francia nel 1866-1867 nella serie Le dernier mot de Rocambole (L'ultima parola di Rocambole).

Ponson du Terrail (1829-1871) fu un prolifico scrittore di feuilleton, pubblicati su vari giornali parigini a puntate, prima di essere successivamente pubblicati in volume (anche i primi romanzi di Salgari furono pubblicati sui giornali a puntate, e in volume solo in un momento successivo). La sua fama è legata al personaggio di Rocambole, avventuriero coinvolto in peripezie e situazioni inverosimili (da cui l'aggettivo “rocambolesco”). Ma non è il personaggio, come vedremo, a fornire spunti a Salgari, quanto l’ambientazione esotica di quei feuilleton.

Les ravageursfu pubblicato in Italia da Sonzogno nel 1874 col titolo Gli strangolatori. Il libro narra una truce storia. I thug, gli strangolatori del titolo, rapiscono fanciulle vergini per consacrarle alla loro dea Khali. Se una consacrata ha rapporti con un uomo, viene condannata a morte. Due fanciulle, ambedue figlie di ufficiali inglesi, seguono questa sorte: la prima cerca di sottrarsi al suo destino sposando un ufficiale, e verrà uccisa; la seconda, la protagonista del libro, colpevole di aver baciato un uomo, sarà salvata in extremis da Rocambole quando sta per essere bruciata viva sul rogo.

Un drame dans l'Inde fu pubblicato in Italia da Sonzogno nel 1875 col titolo Un dramma nell'India. Il libro narra appunto di un dramma che si svolge nell'India durante la conquista inglese: un rajah, nemico acerrimo della dominazione britannica, è assediato nella sua capitale e ucciso da un usurpatore al soldo degli inglesi; ma il figlio più piccolo viene salvato da un seguace fedele e giura vendetta.

Vediamo ora in dettaglio come Salgari utilizzò i romanzi di Ponson du Terrail per Gli strangolatori del Gange.

I thug

Ponson du Terrail, Gli strangolatori, pp. 55,91:

‒ [I ribelli], che hanno sete di libertà e d’indipendenza, si rifugiano in fondo alle foreste, ricusano ogni sottomissione, ed hanno formato un’associazione terribile, mezzo politica e mezzo religiosa, la quale ha delle ramificazioni per tutto il mondo, in China ed al Giappone, in Africa ed in Europa, e che si chiama la società degli Strangolatori. Costoro hanno dichiarato una guerra spietata a tutti gli Europei, specialmente agli Inglesi.

Guai al piantatore che si avventura nei boschi per dare la caccia al tigre o all’elefante. Un thug, così si chiamano gli Strangolatori, gli salterà alla gola all’improvviso.

[…]

‒ In apparenza siamo i padroni. È vero, diss’egli, noi occupiamo le città, le fortezze, leviamo i tributi, decretiamo delle imposte e deponiamo dei re.

‒ Ebbene! Allora? Gli chiesi.

‒ Ebbene! Noi non siamo i padroni. Al disopra della nostra potenza, affermata in pien meriggio con brillanti reggimenti, con una bandiera che protegge delle ricche città, con delle flotte superbe che calcano l’Oceano indiano, al disopra di tutto ciò v’è una potenza occulta, misteriosa, un governo tenebroso, che tiene le sue assemblee in fondo alle vergini foreste, nei giuncheti impenetrabili, nei tempii in rovina, nei sotterranei sconosciuti, consacrati in passato alle loro cupe divinità. Questa potenza, questa associazione formidabile, che ha ramificazioni in tutto il mondo ed una agenzia principale a Londra, è quella degli strangolatori. Strani e fanatici, essi procedono sotto la bandiera d’una divinità delle tenebre, la deessa Kali, quel mostro dal viso di donna, che, secondo essi, si pasce di sangue umano.

‒ Ma in che cosa, sclamai io interrompendo sir Harris, in che cosa potete temere gli strangolatori per vostra figlia?

‒ Vi dico ch’essi l’hanno consacrata alla deessa Kali. […]

Ce ne sono tra i nostri domestici e tra i nostri soldati. È una rete che ci avvolge.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 1, cap. XVI:

I sotterranei di Raimangal, abitati dai feroci settari della mostruosa Kalì, erano vasti quanto mai, forse assai più dei famosi sotterranei di Mavalipuram e di Ellora.

Infinite gallerie solcavano il sottosuolo in mille direzioni, alcune tanto basse da non tenervisi in piedi un uomo, altre altissime e vaste, alcune diritte, altre tortuose che salivano a toccare la superficie pantanosa dell’isola o che scendevano nelle viscere della terra. Qua antri orribili, umidi, freddi, oscurissimi, da secoli e secoli disabitati; colà caverne, spelonche, pagode adorne di mostruose e bizzarre figure della mitologia indiana e ingombre di colonnati e più oltre pozzi che mettevano per dare la caccia al tigre o all’elefante. in sotterranei ancor più tenebrosi e forse ancora ignorati dagli strangolatori.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 2, cap. I:

‒ Hanno degli affigliati fra i nostri sipai, forse?

‒ La loro sètta è immensa, Bharata, ed ha degli affigliati in tutta l’India, nella Malesia e persino in China.

Corrispondenze: La mostruosa dea Khali (nelle traduzioni Sonzogno la mostruosa “deessa” Kalì, evidente francesismo da “déesse”; per inciso, le traduzioni Sonzogno abbondano di francesismi: “un tigre” anziché “una tigre”, “youma” anziché “yuma”, “Kougli” anziché “Kugli”, ecc.); la diffusione della setta fra i soldati indiani (sipai) e fino in “China”; la descrizione degli ambienti ove si riuniscono i thug che ispira chiaramente Raimangal: “...un governo tenebroso, che tiene le sue assemblee in fondo alle vergini foreste, nei giuncheti impenetrabili, nei tempii in rovina, nei sotterranei sconosciuti, consacrati in passato alle loro cupe divinità.”

Abilità dei thug

Ponson Du Terrail descrive l’abilità dei thug a colpire dovunque, persino nel cuore di uno stabilimento nemico, malgrado ogni precauzione.

Ponson du Terrail, Gli strangolatori, pp. 92-93:

‒ Gli strangolatori manifestano i voleri della loro terribile deessa con degli avvisi, che si trovano inchiodati al mattino sugli alberi dei passeggi pubblici o sulla porta dei monumenti. Quelli che annunciavano l’ultimo capriccio era così concepito: «I fanciulli e le fanciulle scelte dalla deessa Kalì saranno marcati del suo sigillo». E da quel giorno, chiunque aveva una figlia, la custodì come un tesoro, circondandola di mille precauzioni. Cure inutili! Ciò che la deessa voleva, doveva accadere!

Cionullameno, avevo sostituito i miei domestici e licenziato tutti quelli di origine indiana. Non avevo conservato che degli europei intorno a me, e siccome avevo domandato di tornare in Inghilterra, speravo che il mio richiamo sarebbe giunto in tempo.

Avevo circondato l’appartamento delle mie due figlie, prima d’una forte palizzata, poi di numerose sentinelle. Le nutrici passavano la notte nelle loro camere.

Un solo uomo poteva entrare sin là, ed era un luogotenente dei cipai, bianco come me e come voi, che portava un nome inglese, e mi serviva d’aiutante di campo.

Finalmente giunse il mio richiamo.

Dovevo imbarcarmi all’indomani; e, moltiplicando le precauzioni, mano mano che s’avvicinava l’ora della mia partenza, raddoppiai le sentinelle, e volevo passare io stesso quell’ultima notte, sdraiato sopra una culla, nella camera delle mie figlie.

Lottai a lungo contro il sonno, ma alla fine la testa mi si fece pesante e chiusi gli occhi.

Quando mi svegliai, il chiarore del giorno penetrava nella camera, e tutto dormiva ancora intorno a me. La nutrice era caduta in preda al sonno. Un gran levriere era sdraiato attraverso la porta. Tuttavia, una delle mie figlie, miss Anna, era sdraiata quasi ignuda, e vidi sulla sua spalla dei sacrilegi tatuaggi. Essa era marcata col sigillo misterioso della deessa Kalì.

Ella non aveva provato cosa alcuna, nulla udito: nessuno s’era svegliato, e persino il cane aveva taciuto. Eppure gli strangolatori erano entrati.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 2, cap. I:

‒ Una mattina, la popolazione di Calcutta era in preda ad un vivo sgomento. I thugs o Strangolatori che dir si voglia, avevano affisso su pei muri e sui tronchi d’albero dei manifesti, coi quali avvertivano gli abitanti che la loro dea chiedeva una ragazza per la sua pagoda. Senza sapere il perché fui preso da un grande tremito; presagii che una disgrazia mi stava vicina. Feci imbarcare la sera stessa mia figlia e la rinchiusi entro le mura del forte William, sicuro che i thugs non sarebbero giunti fino a lei.

‒ Tre giorni dopo, tu non crederai, la mia Ada si svegliava col tatuaggio degli strangolatori sul petto.

‒ Ah! – esclamò Bharat che lievemente impallidì-. E chi fu a tatuarla?

‒ Non lo seppi mai.

‒ Un thug era adunque penetrato nel forte?

‒ Così deve essere. […]

‒ Io che non aveva sino allora conosciuto che fosse la paura, quel giorno l’ebbi a provare. Compresi che mia figlia era stata scelta dalla mostruosa dea e raddoppiai la vigilanza. Mangiavo assieme, dormivo nella stanza attigua, avevo sentinelle che vegliavano dì e notte dinanzi alla sua porta. Tutto fu inutile; una volta mia figlia scomparve.

‒ Vostra figlia scomparve! Ma come?

‒ Una finestra era stata sfondata, gli strangolatori erano entrati e l’avevano rapita. Gli affigliati avevano versato un potente narcotico nel nostro vino e nessuno udì nulla, né s’accorse di nulla.

Corrispondenze: gli avvisi affissi dai thug sugli alberi e sui muri; il genitore che rinchiude la figlia in luoghi protetti e la mette sotto stretta sorveglianza, invano; le sentinelle alla porta, inefficaci; l’uso del narcotico; le sentinelle davanti alla porta; il sepoy traditore (cipai in Du Terrail, sipai in Salgari); il tatuaggio dei thug che nonostante tutto una mattina compare sul corpo della vergine (sulla spalla in Ponson Du Terrail, sul petto in Salgari), segno indelebile del suo destino.

La seconda vergine

Ne Gli strangolatori, Ponson du Terrail parla di una seconda fanciulla, anch’essa figlia di un ufficiale inglese, che i thug avevano a suo tempo consacrato a Khali e poi ucciso perché aveva amato un uomo.

Anche Salgari, ne Gli strangolatori del Gange, accenna a una seconda vergine, Marianna cugina di Ada, a suo tempo rapita ma non dai thug bensì dai pirati, ad accomunare le sorti di due disgraziate fanciulle.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 2, cap. I:

‒ È ben terribile la fatalità che pesa sulla mia famiglia! – esclamò l’infelice. Mia figlia rapita dai thugs, la figlia mia sorella da un pirata. È terribile! È spietata!

‒ Come? La figlia di vostra sorella rapita da un pirata? – domandò Bharata, che si passò la nera mano sugli occhi, strappando via una lagrima.

‒ Sì, disse il capitano tergendosi gli occhi. Avevo una nepote, una ragazzina bella come la mia Ada, figlia di mia sorella, e fu anch’essa rapita. Un pirata sanguinario, la Tigre della Malesia, se ne innamorò e la rapì. Povera Ada, povera mia nepote! La fatalità vi ha percosso entrambe.

‒ Come si chiamava vostra nepote?

‒ Marianna Guillou, figlia di lord Guillou.

‒ Fu rapita in India?

‒ No, a Labuan.

‒ Chi era questa Tigre della Malesia?

‒ Un pirata di Mompracem.

‒ È morta ora, questa vostra nepote?

‒ Nessuno lo sa. Il pirata, rapita che l’ebbe, scomparve e non se ne udì più parlare.

Questo passo dimostra che nel 1887 Salgari aveva già in mente di raccordare le vicende di Tremal-Naik con quelle di Sandokan, introdotte nel romanzo La tigre della Malesia, pubblicato a puntate su La Nuova Arena di Verona fra la fine del 1883 e i primi mesi del 1884, e poi pubblicato in volume nel 1900 da Donath con il titolo Le tigri di Mompracem. Questa saldatura fra le due vicende si compirà nove anni dopo col romanzo I pirati della Malesia, pubblicato da Donath nel 1896.

Il cognome della fanciulla, Guillou, è probabilmente un refuso tipografico, in quanto Marianna era già comparsa ne La tigre della Malesia col cognome Guillonk.

Il passo, che esprime una percezione errata da parte inglese della vicenda di Marianna, in realtà non rapita contro la sua volontà ma legata a Sandokan da un rapporto d’amore reciproco, sparirà nell’edizione Donath de I misteri della Jungla Nera del 1895, poco prima della pubblicazione de I pirati della Malesia.

I feticci dei thug

Ne Gli strangolatori, Ponson du Terrail descrive a più riprese i tre feticci dei thug:

  1. la statua di Khali dal volto mostruoso;
  2. il pesce rosso sacro nel bacino di marmo bianco;
  3. la statua di un serpente dalla testa di donna.

Ne Gli strangolatori del Gange, Salgari riprende i tre feticci dei thug alla lettera.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 1, cap. VI:

Uscita dalla pagoda, Ada, ancora commossa, col volto ancor bagnato di lagrime ma gli occhi sfavillanti di fierezza, era entrata in un piccolo salotto coperto da stuoie dipinte e decorato da mostruose divinità poco dissimili da quelle di già descritte. Il serpente dalla testa di donna, la statua di bronzo dal volto orribile e la vasca di marmo bianco col pesciolino rosso, non mancavano.

Il pesciolino

Ponson du Terrail, Gli strangolatori, pp. 182, 187, 188:

Ma l’oggetto più curioso forse era un bacino di marmo bianco collocato nel mezzo, pieno d’acqua sino all’orlo, e nel quale un grazioso pesce rosso andava e veniva, ora scendendo sino al fondo, ora risalendo a respirare un istante alla superficie.

[…]

‒ Padre mio, diss’egli, credete ch’io possa trionfare facilmente del francese, che vuole attraversare il servizio della dea?

Il pesciolino rosso nuotò più allegramente. Era la sua maniera di dare una risposta favorevole. […]

‒ Allora, disse freddamente sir Giorgio Stowe raggiante, guai a colui che ha osato proporle di sposarla!

Così dicendo, uscì dalla pagoda.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 1, cap. V:

Un altro oggetto strano era una vaschetta di marmo bianco, incastonata nelle lucenti pietre del pavimento. Era colma di limpidissima acqua e dentro vedevasi nuotare un pesce di un bel giallo oro, piccolo e che somigliava assai ad un pesce mango.

Tremal-Naik non aveva mai visto nulla di simile. Egli si era fermato dinanzi alla mostruosa divinità e la contemplava con un misto di stupore e di paura.

Chi era mai quella sinistra figura contornata di cranii e ornata di mani e braccia rnozze? Perché dinanzi ad essa si versava sangue umano? Che cosa significava quel pesciolino dorato nuotante in quella bianca vaschetta? Quale relazione avevano quei due strani simboli coi feroci uomini che inseguivano e strangolavano i loro simili?

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 1, cap. VI:

L’indiano afferrò la povera Ada fra le braccia e usci. Suyodhana, o meglio il Figlio delle sacre acque del Gange, aspettò che ogni rumor di passi fosse cessato, poi s’inginocchiò dinanzi alla vaschetta di marmo nella quale guizzava il pesciolino dorato.

‒ Padre mio, diss’egli.

Il pesciolino che nuotava in fondo al bacino, a quella voce venne a galla.

‒ Padre mio, proseguì l’indiano. Un uomo, un miserabile, ha alzato gli occhi sulla vergine della pagoda. Quest’uomo è in mano nostra; vuoi che viva o che muoia?

Il pesciolino si sprofondò nuotando con vivacità. Suyodhana s’alzò di scatto; un sinistro lampo balenò nei suoi sguardi.

‒ La dea l’ha condannato, diss’egli con voce cupa. Quell’uomo morrà!

Corrispondenze: il bacino di marmo bianco in cui nuota il pesce; il pesce, che il capo dei thug ritiene la reincarnazione di suo padre; la provenienza del pesce dal Gange; la domanda posta al pesce, che riguarda la vita o la morte dell’uomo che ama la vergine; l’oracolo che si ottiene interpretando i movimenti del pesciolino; il nuoto vivace che significa “morte”. Salgari elenca una serie di particolari che sono esattamente gli stessi che in Ponson Du Terrail; la derivazione è evidente e quasi letterale.

La nota che il pesce “somigliava assai ad un pesce mango” è originale di Salgari; che razza di pesce sia questo “mango” è uno dei tanti misteri salgariani. Come è noto, il mango (mangifera indica) è una pianta arborea originaria dell'India e coltivata in tutte le zone tropicali per il suo frutto, che si chiama mango anch’esso. Il pesce alla salsa di mango è una squisitezza culinaria.

Curiosamente, Salgari cambia il colore del pesce da rosso a un più esotico dorato o giallo-oro, ma, in una frase della parte 1 cap. VI, si dimentica di correggere e il pesciolino resta rosso come nell’originale: «Il serpente dalla testa di donna, la statua di bronzo dal volto orribile e la vasca di marmo bianco col pesciolino rosso, non mancavano».2

Le armi dei thug

Ponson du Terrail, Gli strangolatori, p. 80:

Gurhi aveva una corda attorno al corpo. Era il suo laccio di strangolatore. Inoltre, era munito d’un revolver di fabbrica inglese e d’un pugnale, sulla cui lama si vedevano incisi dei segni bizzarri. […]

Anche Osmanca, come il primo, portava un laccio a nodo scorsoio, un pugnale ed un revolver.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 2, cap. V:

Tremal-Naik sciolse il laccio che portava stretto attorno al corpo, nascosto dal dubgah, e glielo diede.

‒ Mettiti presso alla porta, gli disse, estraendo il pugnale. Il primo che appare strozzalo; io scannerò gli altri.

Negapatan ubbidì prendendo il laccio nella mano dritta, curvo indietro, pronto a strangolare la vittima. Tremal-Naik si mise di fronte a lui, dietro allo stipite della porta, col pugnale alzato.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 1, cap. XII:

Il pugnale era di acciaio brunito, d’un metallo che lasciava vedere le venature, d’una forma particolare e con delle strane incisioni sulla lama.

Corrispondenze: il laccio da strangolamento che viene tenuto avvolto intorno al corpo; il pugnale come seconda arma (in Ponson Du Terrail, sulla lama del pugnale «si vedevano incisi dei segni bizzarri»; in Salgari, il pugnale presenta «delle strane incisioni sulla lama»); il «revolver di fabbrica inglese», che in Salgari non c’è, forse perché non abbastanza esotico.

La punizione delle consacrate a Khali

Ponson du Terrail, Gli strangolatori, p. 254:

‒ Ogni donna consacrata alla deessa Kalì è condannata a una eterna castità.

‒ Lo so, Luce.

‒ S’essa elude la sorveglianza esercitata sopra di lei, se le labbra d’un uomo sfiorano le sue labbra, quella donna deve morire.

‒ Qual genere di morte ordinate per Gipsy, Luce?

‒ Il rogo.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 1, cap. XIII:

‒ Avanti ora. Qual pericolo corre? Di’, su, tutto.

‒ Una condanna pesa... su Ada... Kalì l’ha dannata a morire vergine... Il tuo padrone l’ama... essa lo riama... Ebbene, uno dei due… bisogna che muoia... M’avevano qui... mandato per assassinarlo... Ho mancato al colpo…

‒ Avanti! Avanti! esclamò Tremal-Naik, che non perdeva sillaba.

‒ Non mi vedranno... indovineranno la sorte che... mi é toccata... sapranno che tu... sei ancor vivo... Ebbene, uno dei due... bisogna che muoia... Ada è in loro... mano... morrà... abbruciata... Kalì l’ha condannata.

Corrispondenze: la vergine consacrata a Khali che ha amato un uomo deve morire sul rogo.

Il rogo purificatore

Ponson du Terrail, Gli strangolatori, p. 296:

Tutti portarono delle fascine resinose sulle spalle e le deposero ai piedi della statua.

Le donne avevano ripigliati i loro canti e le loro danze. Gli uomini preparavano il rogo.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 1, cap. XV:

Cento indiani carichi di legna irruppero nella caverna e rizzarono, di fronte alla dea, ai piedi di un colonnato, un gigantesco rogo, versandovi sopra torrenti d’olio profumato.

Un drappello di devadasi si slanciò, piroettando, nella caverna, facendo tintinnare campanellazzi e cerchietti d’argento e circondò la dea di bronzo, la mostruosa Kalì. Erano trenta superbe ragazze di forme provocanti, con occhi neri e scintillanti come quelli dei serpenti, con lunghi capelli neri cadenti sulle nude e abbronzate spalle, adorne di fiori di sciambaga, di anella di argento, di diamanti.

Il loro abbigliamento era sfarzoso, leggiadro, il più acconcio che immaginare si possa a far spiccare la bellezza e le grazie. Corazze sottilissime d’oro tempestate di diamanti racchiudevano i loro petti strofinati di odorosissima polvere di sandalo; corte gonnelline di seta rossa pendevano sotto la larga fascia di cachemire che stringeva i loro fianchi e pantaloni bianchi, pure di seta, scendevano fino al collo del piede. Anelli d’argento e campanellini d’egual metallo portavano alle braccia e alle gambe e leggieri veli coprivano le loro teste.

Al suono dell’hauk e dei funebri tarè cominciarono, attorno alla dea Kalì, una danza scapigliata, facendo volteggiare in aria i loro veli di seta azzurra o rossa, ora con trasporti amorosi, ora supplichevoli, ora languenti, accompagnati da sguardi scintillanti, provocanti, irresistibili.

Corrispondenze: sia in Ponson du Terrail sia in Salgari, nel momento in cui la vergine consacrata e caduta viene condotta al rogo, appare la stessa suddivisione dei compiti: gli uomini portano la legna da ardere e preparano il rogo, mentre le donne danzano.

Salgari dilata la scena a dismisura introducendo gli elementi esotici a lui cari: una scena di balletto orientale degna di un film hollywoodiano, con l’hauk, i tarè, e soprattutto le devadasi, trenta superbe ragazze di forme provocanti, “con occhi neri e scintillanti come quelli dei serpenti”, ben fornite di campanellazzi, di fiori di sciambaga, di anelli d’argento, di corazze d’oro tempestate di diamanti.

La yuma

Ponson du Terrail descrive la yuma (youma nel testo francese, ripreso anche nella traduzione Sonzogno), la limonata che scioglie la lingua irresistibilmente: chi ne beve è costretto a una parlantina irrefrenabile e delirante, in uno stato di esilarata esaltazione. Gli ingredienti sono succo di limone, un grano d’oppio e le foglie triangolari di una pianta detta appunto youma.

Ponson du Terrail, Un dramma nell’India, pp. 95-96:

‒ L’indiano ferito, prosegui Nadir, stende sulla sua ferita un balsamo, il quale non é altra cosa, fuorché il succo spremuto da una pianta che noi chiamiamo youma, parola che vuol dire lingua di serpente. È con questo balsamo che ti ho guarito.

‒ Ah! E cosa ne vuoi concludere?

‒ Ebbene! rispose Nadir, il miscuglio del limone che rinfresca, dell’oppio che addormenta e del youma che cicatrizza le ferite, formano una bevanda la quale produce degli effetti singolari. Colui che ne inghiotte mezzo bicchiere, non tarda a cadere in balia d’una specie di allegria febbrile, la quale si manifesta con una grande esuberanza di gesti e con intemperanza di parole. L’uomo più chiuso in sé, l’intelligenza più meditabonda non vi possono resistere. Per quanto profondamente un secreto sia sepolto nel fondo del cuore, il beveraggio di cui ti parlo lo fa salire sull’istante alle labbra.

[…]

Nadir li pose in un piccolo mortaio che serviva a pilare il riso e si trovava in casa, indi si pose a pestarli mescolando loro le foglie di youma ed il grano d’oppio, e versando lentamente nel mortaio un bicchier d‘acqua. Vidi allora formarsi un bel liquore roseo, ch'egli versò in una tazza di cocco.

Hassan guardava. istupidito. Nadir gli presentò la coppa e gli disse:

‒ Bevi!

Hassan prese la coppa e la vuotò d’un fiato, colla duplice ansietà. dell’uomo che ha sete e del fanciullo cui manca la ragione.

Ora, mi disse Nadir, aspettiamo.

Dopo aver bevuto, Hassan cadde in una specie di raccoglimento che assomigliava all’estasi. Poi, a poco a poco, il di lui viso s’imporporò, i di lui occhi cominciarono a brillare, e parole incoerenti gli uscirono dalle labbra.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 1, cap. VII:

Stracciò un pezzo del kurty ed arrestò l’emorragia che poteva essere fatale al povero ferito. Ora si trattava di avere un po’ d’acqua e alcune foglie di youma, da spremere sulla piaga per affrettare la cicatrizzazione. […] Non corse molto che trovò alcune pianticelle di youma, volgarmente chiamate lingua di serpente, il cui succo è un balsamo prezioso per le ferite.

Emilio Salgari, Gli strangolatori del Gange, parte 2, cap. VI:

‒ Si tratta di farlo parlare, capitano? chiese Nysa. Me ne incarico io.

‒ Tu?

‒ Basterà dargli da bere una limonata.

‒ Una limonata! Tu sei pazzo, Nysa.

‒ No, capitano! esclamò Bharata. Nysa non é pazzo. Ho sentito anch’io parlare di una limonata che fa sciogliere la lingua e alla quale l’uomo più chiuso, l’intelligenza più meditabonda non resistono.

‒ È vero, disse Nysa. Con poche goccie di limone mescolate col succo della youma e una pallottolina d’oppio si fa parlare qualsiasi persona. […]

Pochi istanti dopo ritornava con tre grandi tazze di limonata poste sopra un bellissimo tondo di porcellana cinese. In una aveva di già fatto sciogliere la pallottolina d’oppio e il succo della youma che dovevano sciogliere la lingua al disgraziato cacciatore di serpenti. […]

‒ Devi essere stanco. Bevi questa limonata che ti farà bene.

Così dicendo gli porse la tazza che Tremal-Naik vuotò tutta d’un fiato.

‒ Dimmi un po’, Saranguy, ripigliò il capitano, credi tu che ci sieno dei thugs nella foresta?

‒ Non lo credo – rispose Tremal-Naik.

‒ Non conosci nessuno di quegli uomini?

‒ Io conoscere… di quegli uomini! – esclamò Tremal-Naik.

‒ Potrebbe darsi, tu che hai vissuto molto tempo fra i boschi.

‒ Non è vero.

‒ Eppure mi dissero che ti hanno visto parlare con un indiano sospetto.

Tremal-Naik lo guardò senza rispondere. I suoi occhi a poco a poco si erano accesi e risplendevano come due carboni infiammati, la sua faccia era diventata d’una tinta cupa e i lineamenti gli si erano alterati.

‒ Che hai da dire? – domandò il capitano Macpherson, con accento lievemente beffardo.

Thugs! – balbettò il cacciatore di serpenti, agitando pazzamente le braccia e rompendo in uno scroscio di risa. – Io parlare con un thug?

‒ Attento, mormorò Bharata all’orecchio del capitano. La limonata fa il suo effetto.

‒ Orsù, che ne dici? – incalzò Macpherson.

‒ Sì, mi ricordo, ho parlato con un thug sull’orlo della foresta. Ah!... ah!... Ed essi credevano che io cercassi Negapatan. Che stupidi… ah! ah!... Io inseguire Negapatan? Io che tanto ho lavorato per farlo scappare… ah! ah!...

E Tremal-Naik, in preda ad una specie di allegria febbrile, irresistibile, rideva come un ebete, senza più sapere che cosa dicesse.

Corrispondenze: la limonata che scioglie la lingua; la pianta che ne costituisce l’ingrediente base; la grafia youma, ereditata dal testo francese, lasciata inalterata nelle traduzioni Sonzogno e copiata da Salgari; il significato della parola youma, che vorrebbe dire lingua di serpente, particolare ripreso da Salgari alla lettera; la composizione della bevanda (foglie di yuma, oppio e limone); il dettaglio che la yuma da sola funge anche come balsamo per le ferite, per arrestare l’emorragia e affrettare la cicatrizzazione; i terrificanti mutamenti indotti nell’assuntore della bevanda, che cambia il colore del viso, i cui occhi diventano accesi e brillanti, e non è più conscio di quello che dice; la frase copiata pari pari «l’uomo più chiuso in sé, l’intelligenza più meditabonda non vi possono resistere».

Oltre a quelli citati, ne Gli strangolatori del Gange si trovano parecchi altri spunti copiati da Un dramma nell’India. Per esempio, uno dei protagonisti di Ponson du Terrail si chiama Kougli (nel testo francese e nella traduzione Sonzogno), nome riutilizzato da Salgari, sempre in versione francesizzata (-ou), per uno dei thug de Gli strangolatori del Gange. E in un episodio un individuo viene fatto confessare bruciandogli i piedi, idea ripresa da Salgari ne Gli strangolatori del Gange per la tortura di Manciadi.

È interessante notare che Un drame dans l'Inde, che narra la storia di un rajah, nemico acerrimo della dominazione britannica, assediato nella sua capitale e ucciso insieme alla sua famiglia da un usurpatore al soldo degli inglesi, mentre il suo figlio piccolo viene salvato da un seguace fedele e giunto alla maturità giura vendetta, fornì a Salgari anche uno spunto per il personaggio di Sandokan.

Concludendo: non c’è dubbio che Salgari scrisse Gli strangolatori del Gange (pubblicato nel 1887) ricalcando, o meglio plagiando, i romanzi di Ponson du Terrail, verosimilmente letti nelle edizioni Sonzogno del 1874-1875. Ma questa doverosa precisazione non sposta il giudizio sui rispettivi valori letterari: i feuilleton del francese sono datati e ormai caduti nell’oblio, mentre I misteri della Jungla Nera resta un romanzo affascinante e sempreverde, che ha incantato migliaia di lettori e ancora ne incanta.


1 La paternità del Lapointe è stata brillantemente scoperta dal noto studioso salgariano Vittorio Sarti.

2 Segnalato dal noto studioso salgariano Vittorio Sarti.

“I misteri (svelati) della Jungla Nera. Gli strangolatori del Gange e Ponson du Terrail” di Stefano Nocentini

Il numero 35 è uscito!

ll numero 35 della rivista Ilcorsaronero è uscito questo mese! Contiene una sezione monografica dedicata a Gianni Celati, ma leggiamo anche e come sempre di imprese salgariane tra letteratura e sport, ed ancora di Melville e di Verne, di Ponson du Terrail e di Robert Howard, e tanto altro!

Il sommario a questo link: Ilcorsaronero numero 35.

“I misteri (svelati) della Jungla Nera. Gli strangolatori del Gange e Ponson du Terrail” di Stefano Nocentini

Riunione pubblica della redazione de Ilcorsaronero il 3 giugno 2023

Il 3 giugno presso la Cantina Corte San Benedetto - via Casa Zamboni 8 - Arbizzano (c/o Ufficio Postale) - Negrar di Valpolicella si terrà un incontro con tutti coloro che seguono, collaborano, leggono “Ilcorsaronero”.

Vogliamo disegnare insieme il futuro della rivista e delle altre attività in corso insieme. Informeremo sullo stato dell’Associazione-rivista anche dal punto di vista economico, ragioneremo sul ricambio generazionale in corso; tutti possono prendere la parola e ascolteremo volentieri proposte, suggerimenti, consigli. Tutti gli intervenuti possono prendere la parola. Saranno ben accolti i contributi delle autorità e/o amministratori presenti.

Stiamo lavorando per consentire un collegamento in streaming ma non siamo ancora in grado di comunicare il link per collegarsi.

Prevediamo una “pausa rinfresco” (con un contributo indicativo tra i 5 e i 10 euro). Il vino della Cantina è eccellente.

È preferibile comunicare prima del 3 giugno l’eventuale partecipazione al “rinfresco”, e molti l’hanno già fatto, ma non tutti. La partecipazione è invece libera.

Ecco il programma con orari indicativi:

Ore, 9,20 ricordo di Mino Milani, nostro direttore spirituale recentemente scomparso;

Ore 9,30 relazione sullo stato della rivista (Claudio Gallo);

Ore 10, 00 situazione amministrativa della rivista (Roberto Fioraso);

pranzi salgariani (Roberto Fioraso)

Ore 10,30 possibile piccola pausa caffè nel bar vicinissimo alla corte

Ore 10,45 situazione e prospettive del premio Letterario “Emilio Salgari” di Letteratura Avventurosa (Massimo Latalardo);

Ore 11,00 Stato del sito del Premio e della rivista (comunicazione scritta di Andrea Tenca).

Ore 11,30: sono previsti interventi di Fabio Francione (condirettore), di Matteo Lo Presti (uno dei fondatori della rivista) e di coloro che vorranno prendere la parola, anche via streaming. Prevediamo qualche altra comunicazione scritta

Ore 12,30-13,00 pausa pranzo

Ore 14,00 Discussione ultima

Ore 15,00 Conclusioni

Ore 15.45 Proiezione documentario su Mino Milani

“I misteri (svelati) della Jungla Nera. Gli strangolatori del Gange e Ponson du Terrail” di Stefano Nocentini

Intervista con Beatrice Masini (seconda parte) di Giulia Gadaleta

Ilcorsaronero, numero 34

Intervista con Beatrice Masini (seconda parte) di Giulia Gadaleta

La prima parte di questo articolo è stata pubblicata sul Numero 34 de Ilcorsaronero.

La prima parte dell’intervista con Beatrice Masini, interamente dedicata alla biografia di Louisa May Alcott (https://www.giulioperroneditore.com/prodotto/louisa-may-alcott/) è pubblicata nel numero 34 de “Ilcorsaronero. Rivista Salgariana di Letteratura Popolare”.

Negli ultimi anni ti sei dedicata ad alcuni romanzi per adulti. In Tentativi di botanica degli affetti I nomi che diamo alle cose mi sembra che tu segua una tua ossessione per le case, come se fossero dotate di un’anima loro propria. La villa del Manzoni e la casa che Anna eredita da Iride Bandini hanno qualcosa in comune?

«Ognuno di noi ha due case – una concreta, collocata nel tempo e nello spazio; l’altra infinita, senza indirizzo. E viviamo ad un tempo in entrambe.» È una frase di Olga Tokarczuk. La mia casa infinita ha assunto molte forme, anche nei libri per ragazzi ci sono tante case, che parlano, pensano, scricchiolano, vivono vite proprie. Sono le case possibili, e anche le case dei personaggi, che non sono veri ma possibili. In comune hanno il fatto di cambiare di continuo, sono elastiche, si adattano agli slanci. Sia la casa di don Titta-Manzoni che quella di Anna sono tutte mie. Che impero immobiliare si può costruire col desiderio.

Credo che I nomi che diamo alle cose sia il tuo libro-manifesto: Iride Bandini è una scrittrice per ragazzi che lascia in eredità una casa a colei a cui ha affidato le proprie memorie, Anna. È una donna difficile, caratterialmente e umanamente, e mi pare che il tema di questo romanzo sia la maternità e quanto la maternità abbia a che fare con la scrittura per ragazzi, è così?

Iride è l’antiscrittrice per ragazzi, non coincide con l’idea preconcetta che abbiamo, a lei i bambini non piacciono, piuttosto le interessano. Bianca Pitzorno in Storia delle mie storie scrive cheda uno scrittore per ragazzi ci si aspetta sempre una sorta di maternage, che sconfina nell’intrattenimento; ma lo scrittore per ragazzi non è un pagliaccio né un fantasista. Iride è una donna che non fa sconti, senza zucchero, che è madre però mette da parte tutto quanto per il lavoro; al tempo stesso i bambini li ascolta, li osserva senza avere la pretesa di comprenderli. Riesce a capire che storie fare per loro e lo fa senza calcolo: le sue storie non sono prodotti ma qualcosa di naturale, sgorgato dal gusto puro del racconto e alimentato dalla sua conoscenza dei bambini. In contrasto con quegli scrittori che sono convinti di sapere che cosa va detto ai ragazzi. Beati loro.

C’è insomma tanta pappa morale, per dirla alla Alcott, ancora oggi?

Oh, certo. Anche –anti, mascherata dal suo contrario, la trasgressione a tutti i costi, la convinzione che occuparsi di problemi scottanti o anche semplicemente attuali sia una manifestazione di serietà nei confronti del pubblico. Invece è una moda: agganciare l’attualità spesso vuol dire piegarsi a scrivere un certo tipo di storie che funzionano bene nelle scuole, che vengono usate.

Mi vengono in mente i libri sulla mafia per ragazzi…

Alcuni (pochi) nascono da uno slancio autentico, da conoscenza profonda dell’argomento; altri sono totalmente d’occasione. Se scrivi a tema il rischio di scrivere qualcosa di stereotipato e guidato dal messaggio è altissimo.

Anna, la protagonista de I nomi che diamo alle cose, viene definita un’“ascoltatrice”: di lei Umile dice che “presta le parole agli altri”. Quanto scrivere per ragazzi è ascoltare e quanto è inventare?

Scrivere per ragazzi è più inventare che ascoltare, anche se prima devi aver ascoltato per fare tuo un certo vocabolario, e guardato bene, per far tuo un certo sguardo. Ma più importante è la voce. Più importante è avere memoria di quello che si è stati come bambini e tenersi stretto quel piccolo tesoro di sensazioni, impressioni. L’immaginazione si innesta su una base di fortissima realtà. Anna è l’ascoltatrice per professione: ci sono persone che lo fanno molto bene, i ghost writer, gli editor, in grado di aiutare un autore a dare il meglio senza essere invadenti. In I nomi che diamo alle cose ho parlato anche del mestiere che faccio e che vedo fare tutti i giorni, quel romanzo è uno sguardo sui mestieri della scrittura.

In I nomi che diamo alle cose Anna trasloca nella casa ricevuta in eredità da Iride, in un luogo per lei nuovo, e si confronta con chi in quel luogo è nato o l’ha scelto prima di lei. Mi sembra che in qualche modo si chieda cosa significhi mettere radici: la risposta che trova nel corso del romanzo ha a che fare con il compito che ciascuno di noi si dà, fare e rifare quella cosa anche se al mattino sarà disfatta. Una cosa che giudichiamo come ossessiva in chi ci ha preceduto, in chi è più vecchio di noi. Mi sembra che in questo ci sia un aspetto della tua poetica.

Sì, forse va insieme al desiderio di non essere troppo giudicante, mai, ognuno ha i suoi percorsi che sono segnati da circostanze esterne insondabili. Credo la si possa definire una forma di liberalismo, io sono io, so dove sono, cerco di saperlo, tu sei lì, le nostre strade si incrociano, ci sono incroci genetici o casuali, però restiamo entità diverse e ciascuno risponde solo a sé stesso di quello che fa, di come lo fa.

Dire che sei un’autrice prolifica è banale: hai scritto di tutto, albi illustrati, riscritture di miti e fiabe, serie per bambine (cit…), romanzi distopici. Mi sembra che Bambini nel bosco e La fine del cerchio formino un dittico, il primo è un post apocalittico, una distopia, il secondo il dopo, la ricostruzione…

…con dei fili sottili sottili che li legano che di fatto sono poche pagine…

Nel primo c’è il cerchio che si costruisce e nel secondo il cerchio che si apre…

Bambini nel bosco è uno dei libri più complicati che ho scritto, mi ci sono voluti cinque anni, La fine del cerchio meno perché è organizzato in tre racconti concatenati e avevo già preso le misure di questo genere che non avevo mai pensato di affrontare. L’immaginazione spostata nel futuro dà un sacco di possibilità: quando leggo per mestiere i nuovi romanzi per adulti, italiani e no, spesso mi trovo a leggere storie che ho già incontrato decine di volte nei libri per bambini e per ragazzi, anche quelli di cinquant’anni fa. Sembra che gli adulti arrivino sempre in ritardo. Margaret Atwood era arrivata alla distopia da un pezzo, e non se n’era accorto nessuno. Penso ad un grandissimo scrittore per ragazzi americano che si chiama M.T. Anderson, affronta temi e soggetti che ho visto ri-rivisitati tante e tante volte. È chiaro che le idee sono di tutti e sono sempre le stesse, tutto sta in come le sviluppi. Quando mi sono lanciata in questa distopia mi sono resa conto delle possibilità che consente ma anche dei limiti: quando usi tanto l’immaginazione devi sapere anche dove fermarti. Questo vale anche per il fantasy. Perché molti fantasy non funzionano? Perché sono triti e sfuggenti, si capisce che l’autore non sa controllare la materia e continua a riempire la storia di invenzioni incoerenti. In Bambini nel bosco c’è stato un gran lavoro di costruzione e meditazione. Quanto al finale aperto, è in qualche modo un omaggio all’Asimov delle Cronache della galassia: l’ho letto da ragazzina e ho continuato a pensare a questa idea molto semplice dell’infinito che non è né diritto né rovescio, né sopra né sotto.

In Bambini nel bosco c’è un libro di fiabe terrestri che viene letto e cementa questo gruppo di bambini fuggitivi e li trasforma in una comunità, li fa crescere e scoprire l’importanza della memoria e del tempo, mentre ne La fine del cerchio questo ruolo delle storie non c’è, perché? Perché è l’inizio e dunque non c’è il tempo?

Forse sì. In La fine del cerchio ho pensato che ovunque fossero finiti, questi bambini ricominciano davvero daccapo, dall’inizio del mondo. Il libro, la storia scritta può arrivare solo molto più in là. Le storie ci sono, anche lì i ragazzini si raccontano subito delle storie, però non c’è il libro come oggetto, la civiltà è da venire, è stata azzerata, quindi sono più importanti i sensi.

e l’addestramento a fare le cose…

Sì e anche a fare le cose, porsi i problemi e fare le cose, anche in circostanze diversissime. Il racconto africano è nato dall’unico viaggio che ho fatto in Africa, sono stata in Tanzania per Oxfam ed eravamo in un’isola sul lago Victoria, lì non c’erano tantissimi animali perché non era la stagione giusta, ma la sensazione di essere all’inizio del mondo, con l’acqua, con il verde, con queste lucertole azzurre grandi così, tutto un po’ più grande e tutto così vivo… però anche quelle distese di plastica impigliate nei rami,  una visione orrenda.

Invece il terzo racconto, quello nella villa ottocentesca, è sempre ambientato nella villa del Manzoni come Tentativi di botanica degli affetti?

No, nella mia testa è più una villa veneta, uno di quei posti un po’ magici con le stanze dentro le stanze dentro le stanze, con i trompe-l’-oeil sulle pareti… È un po’ la connessione del futuro con il passato, lì la casa esiste, è rimasta, e devi trovare quel che ti serve in un posto che non hai costruito tu e che non è stato costruito per te.

Tra le riscritture di fiabe ho trovato Blu, un’altra storia di Barbablù (Pelledoca edizioni). Quando Blu scopre i resti delle altre mogli di Barbablù nel suo diario-confessione ci dice che non comprende le ragioni per cui lui le abbia uccise. C’è questa frase che si ripete “aveva fatto o non fatto qualcosa, dalla storia non si capiva bene”. Come mai?

È chiaro che Barbablù chiama il tema del femminicidio, però questo non è un libro a tesi, è solo la riscrittura di una fiaba. Perché Barbablù uccide le sue mogli? La fiaba è estremamente elusiva, i perché restano senza risposta, le fiabe ci raccontano cosa e come, perché quasi mai, è la loro logica. Io ho scelto di assumere il punto di vista di Blu, l’ultima delle mogli, l’unica che scamperà alla strage, perché è più facile, perché noi stiamo dalla parte del buono e non del cattivo. Blu non ha capito perché non può insinuarsi dentro la testa di Barbablù. Noi non sappiamo mai cosa scatta nella testa di chi compie certi gesti di violenza suprema, è rabbia, squilibrio, incapacità di controllare i propri gesti, ancestrali differenze o diseguaglianze che riaffiorano…

Invece in Se è una bambina hai lavorato sull’alternanza di due voci: la voce della bambina che si deve raccontare che la sua mamma è morta e ci mette tutto il libro e la voce della  mamma che la osserva da questa limbo in cui è confinata, che tu chiami l’armadio degli scettici. Da che esigenza è nato?

Avevo scritto due pagine con questo tipo di prosa, senza punteggiatura, dando voce al flusso di pensiero di una bambina piccola. Quella voce si è incrociata con le storie di famiglia di mia mamma: i suoi genitori morirono entrambi in un bombardamento, lei era la più piccola e fu spedita in un orfanotrofio per orfani di guerra a Verona. Quando eravamo piccoli ci raccontava spesso questi pezzi di vita, poi a un certo punto ha smesso. Però questi suoi racconti erano rimasti tutti lì; lei era stata molto bene, le suore erano buone e gentili, ma era sempre un luogo di solitudine, di affetti sostitutivi. Ho iniziato ad interrogarmi su cosa significa crescere senza una mamma, trovarsi da soli, saperlo ammettere, capire e non capire, avere intorno un mondo di adulti che subiscono la tua stessa perdita ma in qualche modo se la cavano, invece tu sei piccola e sei sola: ecco, è venuto da lì.

I cani sono onnipresenti nei tuoi romanzi. Penso al cano, ibrido tra cane e maiale di Bambini nel bosco ma soprattutto a Solo con un cane in cui un bambino fugge con il suo cane per salvarlo dall’editto feroce che vuole tutti i cani morti.

Anche questa è una cosa legata a mia mamma: quando ero piccola e andavamo in campagna dai parenti la vedevo tornare in un attimo così naturale con gli animali, i cani venivano a lei, lei sapeva come parlare con loro, come accarezzarli, come trattarli. Io ero una bambina di città e non avevo la stessa dimestichezza, le invidiavo quella familiarità così semplice. Era così con i bambini e con i cani. Adesso un cane ce l’ho anch’io, o forse è lui che ha me, non lo so, non importa; e i cani nelle mie storie li metto appena posso.

La seconda parte dell’intervista a Beatrice Masini qui riprodotta è stata pubblicata su https://www.vocidallisola.it/.

“I misteri (svelati) della Jungla Nera. Gli strangolatori del Gange e Ponson du Terrail” di Stefano Nocentini

Jules Verne: tre secoli dopo (seconda parte)
di Ariel Pérez Rodríguez

Ilcorsaronero, numero 34

Jules Verne: tre secoli dopo (seconda parte) di Ariel Pérez Rodríguez

La prima parte di questo articolo è stata pubblicata sul Numero 34 de Ilcorsaronero.

Conoscenza senza sforzo
Verne aveva già pubblicato, con un certo successo, tre romanzi, quando, nella prefazione di Le avventure del capitano Hatteras, Hetzel affermò che lo scopo della serie era «riassumere tutte le conoscenze geografiche, geologiche, fisiche e astronomiche elaborate dalla scienza moderna e rifare, nella sua forma attraente, la storia dell'universo».
Più tardi, in quello stesso testo introduttivo, parla un po' di più del ruolo assegnato a Verne e di come prevedeva successive puntate con più romanzi dello stesso tipo:

I critici più autorevoli hanno visto nel signor Jules Verne uno scrittore di temperamento eccezionale al quale, per rendergli giustizia, doveva essere accordato, fin dall'inizio, un posto a parte nelle lettere francesi. Questo narratore pieno di fantasia e di fuoco, questo scrittore originale e puro, con una mente vivace e agile, alla pari con i più abili nell'arte di narrare drammi inaspettati che forniscono un interesse così crescente alle sue audaci concezioni, e parallelamente essedo egli profondamente istruito ha creato un nuovo genere. Ciò che spesso viene promesso, e raramente offerto, è l'istruzione che diverte, il divertimento che istruisce, e questo il signor Verne lo prodiga senza risparmio in ogni pagina dei suoi emozionanti racconti. D’altronde, i romanzi del signor Jules Verne sono arrivati nel momento più opportuno. Quando vediamo come il pubblico smanioso di correre alle conferenze che si tengono ovunque in Francia, quando vediamo che, accanto alla critica d'arte e di teatro, si è dovuto far posto nei nostri giornali ai rapporti dell'Accademia delle Scienze, non possiamo che ammettere che l'epoca in cui viviamo ha bisogno di qualcosa di più dell'arte per l'arte, e che è giunto il momento che la scienza abbia un posto nel campo della letteratura. (1)

In termini generali, i Viaggi Straordinari rappresentano un universo squisito carico di pedagogia, esplorazione e scienza, scritto esplicitamente per la gioventù dell'epoca, per ragazzi e ragazze senza distinzione di sesso. Il valore della pedagogia nelle sue opere non si spiega con il fatto che egli segua uno schema o un copione preparato in anticipo, ma con la qualità dell'istruzione deliberata. Verne ha sempre creduto che il ruolo di un romanziere fosse quello di istruire per fornire conoscenza ai suoi lettori, piuttosto che offrire un dramma con personaggi profondi ed elaborati, forse questa è una delle ragioni per cui la sua letteratura non era percepita dai suoi contemporanei come 'vera'. Questa istruzione è incanalata attraverso l'esposizione pedagogica. Come afferma Arthur B. Evans in un articolo (2) in cui discute la funzione della scienza nella letteratura romanzesca dell'epoca, la conoscenza da trasmettere poteva essere dichiarata in due modi: direttamente o indirettamente. Il primo inserisce il messaggio esplicitamente nel testo senza alcun tentativo di diluirne la natura. Il flusso normale della narrazione si arresta bruscamente, e si comincia a verificare un cambiamento completo quando da questo punto in poi l'autore vuole informare direttamente il suo lettore e renderlo consapevole delle informazioni scientifiche rilevanti sul soggetto in questione. Non c'è alcuno sforzo da parte dello scrittore di incanalare la voce scientifica attraverso i personaggi del racconto. I processi sono semplicemente descritti così come sono. Un esempio di questo è il blocco di 14 pagine di astronomia di base (con grafici) che è intercalato nel capitolo di apertura di Dalla Terra alla Luna. In altri casi i dettagli scientifici sono più strettamente integrati nella struttura narrativa del testo e senza cambiare il soggetto o fermare il flusso della narrazione sono inseriti attraverso brevi supplementi, tra parentesi o utilizzando le note a piè di pagina.
Nel caso dell'esposizione indiretta, la lezione scientifica è più pienamente incorporata nella trama e Verne introduce la conoscenza usando gli stessi protagonisti fittizi. Il didascalismo scientifico è intessuto nel dialogo e assimilato come parte del normale flusso della storia. Spesso prende la forma di un protagonista esperto che insegna al suo apprendista o compagno di viaggio le scoperte e le teorie della scienza moderna, il più delle volte per demistificare un enigma sconcertante che hanno incontrato durante il loro viaggio. Si consideri, per esempio, il caso atipico della neve rossa osservata durante la spedizione di Hatteras al Polo Nord in Le avventure del capitano Hatteras o i dialoghi tra Michel Ardan e Barbicane in Dalla Terra alla Luna sulla fattibilità tecnica di una fornitura continua di aria fresca dentro la capsula spaziale di Barbicane. In questi passaggi, le spiegazioni sono sempre chiare, concise e complete, e strutturate in modo molto logico per una comprensione e assimilazione immediata. D'altra parte, le illustrazioni nei romanzi verniani furono sempre importanti come aiuto visivo all'intenzione didattica esplicita dei Viaggi straordinari. Il gran numero di immagini puramente pedagogiche che hanno ben poco a che vedere con gli eventi narrati nella trama è talvolta sorprendente: le specie di pesci elencate da Conseil in Ventimila leghe sotto i mari, le fasi della luna in Dalla terra alla luna, il pianeta Saturno e le sue lune in Le avventure di Ettore Servadac, vari tipi di mongolfiere e dirigibili in Robur il conquistatore. Erano tutte immagini illustrative ed altamente educative per i lettori francesi della metà del XIX secolo.

Le opere di Verne, che hanno la reputazione storica di essere i primi esempi della fantascienza moderna, sono in realtà più didattiche e meno fantastiche. Lo scrittore francese, con il suo stile narrativo e il suo modo di trasmettere la conoscenza, mirava a fornire ai suoi lettori un accesso diretto all'apprendimento. A tal fine, si è affidato e ha ritenuto necessario elaborare una serie di veicoli straordinari, quelli stessi per i quali è stato ricordato dai posteri, ma che erano certamente teoricamente fattibili al momento della sua scrittura (3). La vera spinta dei testi di Verne non stava in questi futuristici espedienti tecnologici, ma piuttosto nella conoscenza che ne deriva nel permettere ai suoi eroi - e incidentalmente ai suoi lettori - di andare in giro per questo nostro mondo. Proprio come oggi l'informatizzazione delle biblioteche facilita il recupero dell'apprendimento accumulato dall'umanità, il vero scopo della macchina verniana era quello di facilitare la trasmissione pedagogica di quell'apprendimento ricreando, per il lettore, un'emozionante esperienza di prima mano attraverso la scoperta.

Uno stile tutto suo

Tuttavia, questa esperienza viva di viaggi e di imprese, che doveva essere trasmessa ai suoi lettori, non poteva certo essere realizzata se non c'era modo di trasmetterla, di comunicarla in modo che fosse assimilata. Per fare questo, Verne si affidò alle sue doti di narratore, alle sue lunghe descrizioni di situazioni e luoghi, alla sua capacità di trovare temi interessanti per raccontare le sue storie - come la trama de Il giro del mondo in 80 giorni, che fu direttamente ispirata da un racconto di Edgar Allan Poe, uno dei suoi scrittori preferiti. Faceva parte del suo stile letterario, qualcosa che lo distingueva anche quando era vituperato dai suoi contemporanei.
Le infinite enumerazioni di Verne nei suoi testi sono famose. Per citarne solo alcuni: elenchi di provviste e forniture in Un inverno tra i ghiacci, Viaggio al centro della terra, Dalla terra alla luna e Intorno alla luna; di pesci e altra vita acquatica in Le avventure del capitano Hatteras e Ventimila leghe sotto i mari; di lavori domestici eseguiti da donne africane in Un capitano di quindici anni; di giornali in Il mondo sottosopra; di pionieri e martiri dell'aeronautica in Robur il conquistatore; di flora e fauna dell'Africa in Il villaggio aereo; di viaggiatori famosi in Cinque settimane in pallone, e così via. Pedanti agli occhi del lettore ordinario, queste liste sono esempi di stile proprio che sono una parte essenziale dell'esperienza di apprendimento come un importante contrappunto alle aspettative convenzionali. Forse i giovani potrebbero essere interessati a cercare ulteriori informazioni per saperne di più sull'argomento.
«Il grande rammarico della mia vita è stato il fatto di non aver mai avuto un posto nella letteratura francese» (4), disse lo stesso autore in un'intervista. Verne è uno degli autori più conosciuti fuori dalla Francia e uno dei meno conosciuti nel suo paese. Nel corso degli anni, la sua letteratura fu finalmente acclamata e, secondo diversi suoi compatrioti, il suo modo di raccontare e scrivere i suoi romanzi gli avrebbe fatto guadagnare più attenzione da parte dei suoi contemporanei. Si dice che Guillaume Apollinaire, uno dei più importanti poeti francesi del XX secolo, abbia detto della sua opera: «Che stile ha Jules Verne, solo nomi!» (5), mentre uno scrittore britannico, Rudyard Kipling (6), disse: «Date a un bambino inglese metà di Ventimila leghe sotto i mari nella sua lingua madre, e poi presentategli l'altra metà in francese… saprà capire il resto» (7). Infine, Perec (8) va oltre quando dice: «Quando, in Ventimila leghe sotto i mari, Jules Verne elenca in quattro pagine tutti i nomi dei pesci, ho l'impressione di leggere un poema» (9).

I mondi conosciuti e sconosciuti
Cos'è davvero un «viaggio straordinario»? Michel Serres lo definisce così: «È un viaggio ordinario nello spazio (terrestre, aereo, marittimo, cosmico) o nel tempo (passato, presente, futuro), un viaggio da un punto dato a un punto desiderato… in secondo luogo, è un viaggio enciclopedico: l'Odissea è circolare, percorre il ciclo della Sapienza… infine, è un viaggio iniziatico nello stesso senso del viaggio di Ulisse, dell'Esodo del popolo ebraico o dell'itinerario di Dante». Se si esplora attentamente la serie di titoli che compongono il suo ciclo di romanzi, si può vedere che i suoi racconti ci hanno portato in un viaggio nei cinque continenti. Per citarne solo alcuni: America (Robur il conquistatore, Le avventure del capitano Hatteras, Il testamento di uno stravagante, I figli del capitano Grant, Dalla terra alla Luna, Il paese delle pellicce, I naufraghi del Jonathan, ecc. ); Africa (Le avventure di Ettore Servadac, Cinque settimane in pallone, La stella del sud); Oceania (I figli del capitano Grant, Ventimila leghe sotto i mari, La scuola dei Robinson, Due anni di vacanze); Asia (Michele Strogoff, La casa a vapore); Europa (Viaggio al centro della terra, Le Indie nere, I cinquecento milioni della Bégum, Il raggio verde, Mattia Sandorf, Un biglietto della lotteria). Alcuni di essi, come Il giro del mondo in 80 giorni, si svolgono in diversi paesi. Altri, come Ventimila leghe sotto i mari, ci invitano a esplorare mondi sottomarini.

Uno dei grandi miti creati intorno alla figura dello scrittore francese è quello di Verne che scrive dalla comodità della sua casa, viaggiando semplicemente con la sua immaginazione. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità, dato che Verne ha viaggiato, e molto. Comprò tre imbarcazioni da diporto che lo portarono in diverse parti d'Europa, in Africa e anche in Nord America (dove ebbe la fortuna di vedere le cascate del Niagara) a bordo del Great Eastern. L'esperienza acquisita in questi viaggi ha fornito lo sfondo per molti dei suoi romanzi e in alcuni casi è servita come trama principale.

L'obiettivo di Verne era quello di descriverci la Terra e per questo fece certamente uso delle riviste dell'epoca e la sua familiarità con gli argomenti scientifici e le loro applicazioni pratiche, durante la quale prese molti appunti, è dovuta alla sua regolare lettura di pubblicazioni come Revue bleue, Revue rose, Revue des deux mondes, Cosmos, La nature di Tissandier e L'astronomie di Flammarion, così come i bollettini delle società scientifiche, specialmente quelli della Società Geografica, poiché la Geografia era la sua grande passione. In una delle sue interviste, Verne dice al suo interlocutore:

«La mia biblioteca personale contiene tutte le opere di Elisée Reclus - per il quale ho una grande ammirazione - e tutte quelle di Arago. Ho letto e riletto, perché sono un lettore molto attento, la nota raccolta Le tour du monde, una serie di racconti di viaggio. Ho migliaia di note aggiornate su diversi soggetti, e al momento ho ventimila note che possono essere invertite nel mio lavoro, perché non sono state utilizzate fino ad oggi. Alcune di queste note sono state prese durante le conversazioni. Mi piace sentire la gente parlare, a condizione che parli di argomenti che conosce. Ho avuto la fortuna di venire al mondo in un momento in cui ci sono dizionari di tutti i tipi. Tutto quello che devo fare è cercare nel dizionario l'argomento su cui ho bisogno di informazioni, ed eccolo lì. Naturalmente, con le mie letture, ho anche raccolto molte informazioni e, come vi ho detto prima, molte idee girano sempre nella mia testa. Così, un giorno, in un caffè di Parigi, ho letto un articolo su Le Siècle, che affermava che un uomo poteva fare il giro del mondo in soli ottanta giorni. Immediatamente la mia mente ha balenato con la possibilità che a causa della differenza di orario, il viaggiatore potrebbe essere un giorno avanti o un giorno indietro nel suo viaggio. Avevo trovato una trama per una storia. Ho scritto la storia solo molto più tardi. Porto sempre varie idee nella mia testa per anni - dieci o quindici a volte - finché non prendono finalmente forma. Il mio obiettivo è stato quello di dare un'immagine della Terra e non solo della Terra, ma dell'Universo. Ricordate che, in alcune occasioni, ho portato i miei lettori oltre la Terra. Allo stesso tempo ho cercato di mantenere la bellezza nello stile….» (10).

Ed è proprio questo desiderio di descrivere l'universo nel modo più piacevole possibile che raggiunge quella vicinanza, quella sensazione di possesso e coinvolgimento personale che fa sì che un lettore greco si identifichi con i passaggi descritti in L'arcipelago in fiamme, un quebecchese con la storia raccontata in Famiglia senza nome, un americano nel trattato sulla geografia pratica degli Stati Uniti che costituisce Il testamento di uno stravagante, o un venezuelano nei dettagli della giungla amazzonica raffigurata in Il superbo Orinoco. Verne non solo dipinge il mondo circostante in modo tale che il lettore locale senta riflessi i costumi della sua patria, ma coinvolge anche coloro che, a migliaia di chilometri di distanza, entrano in empatia con i personaggi e assistono senza sforzo, senza alcun obbligo, a lezioni ben tenute di geografia fisica e politica. È proprio in questa qualità di attirare l'interesse dei nostri paesi, indipendentemente da dove si trovino sul pianeta, che risiede l'universalità delle opere dello scrittore gallico. Infine, credo che siamo ora in grado di avere una risposta coerente alla domanda del perché Verne rimanga vivo nel gusto popolare tre secoli e diverse generazioni dopo. Mi azzardo a dare una risposta concisa in poche parole. Proprio per questa capacità di farci sognare attraverso la sua letteratura ben scritta, il suo stile diretto e descrittivo; per la qualità di trasmetterci quella forte illusione di libertà limitata solo dalla natura e dalla morale, con orizzonti sempre più estesi dalla ragione e dalla scienza, attraverso i suoi eroi umani che si affidano alla tecnologia per raggiungere luoghi remoti -dove talvolta nessuno era andato prima-, e realizzare le imprese più memorabili; per quell'esposizione pedagogica che permette al lettore di assorbire le conoscenze più profonde in modo didattico e facilmente assimilabile. Verne ha portato le generazioni in un viaggio per più di centocinquant'anni, e Roussel aveva già anticipato che «è di gran lunga il più grande genio letterario di tutti i secoli. Rimarrà quando tutti gli altri autori del nostro tempo saranno stati dimenticati» (11).


(1) Avertissement de l’éditeur, in Voyages et aventures du capitaine Hatteras. París. Hetzel. 1866, pp. 1-2.

(2) Evans, "Arthur B. Functions of Science in French Fiction". In Studies in the literary imagination, XXII:1, 1989, pp. 79-100.

(3) In questo senso, e anche se c'è di più, vale la pena ricordare a questo punto che molte delle famose «invenzioni» e «macchine» verniane esistevano già o avevano un prototipo creato all'epoca. Un esempio classico è il Nautilus. Verso la fine del XVIII secolo, Robert Fulton, un inventore americano, presentò al Direttorio di Parigi il prototipo di un sottomarino con lo stesso nome di quello del romanzo di Verne. La prova di questo apparecchio fu effettuata con successo in Francia tra il 1800 e il 1801, quando Fulton e tre meccanici scesero fino a una profondità di 25 piedi. Bisogna chiarire che la storia del sottomarino risale a molti anni prima di questa presentazione, quando nel 1620 fu costruito il primo prototipo come base per quelli futuri, essendo questa invenzione opera di Cornelis Drebbel, che aveva progettato un veicolo sommergibile di legno rivestito di pelle. Poteva trasportare 12 rematori e un totale di 20 uomini - una bella impresa per l'epoca! Il dispositivo poteva immergersi ad una profondità di 20 piedi e aveva una portata di 10 chilometri.

(4) Sherard, R. H. "Jules Verne en casa. Su propia narración de su vida y obra". In Ariel Pérez Rodríguez, Viaje al centro del Verne desconocido. L'Havana. Editorial Gente Nueva. 2009. pp. 62-69.

(5) La citazione è stata menzionata in diversi libri anche se non c'è alcun riferimento diretto ad essa, né si sa in quale contesto è stata espressa.

(6) Joseph Rudyard Kipling (1865-1936) è stato uno scrittore e poeta britannico di origine indiana. Autore di racconti, storie per bambini, romanzi e poesie. È ricordato per le sue storie e poesie sui soldati britannici in India e la difesa dell'imperialismo occidentale, così come per i suoi racconti per bambini. La sua opera più popolare fu la raccolta di racconti Il libro della giungla.

(7) Kipling, Rudyard. Souvenirs of France. Capitolo I. New York. 1933.

(8) Georges Perec (1936-1982) è stato uno dei più importanti scrittori della letteratura francese del XX secolo. Le sue opere scritte comprendono romanzi, opere teatrali, poesie, saggi, opere varie, sceneggiature, raccolte di articoli, libri illustrati in collaborazione con pittori, giochi verbali e linguistici.

(9) Perec, Georges. "J’ai fait imploser le roman". In Galerie des Arts, 184 (1978), p. 73.

(10) Sherard, R. H. "Jules Verne en casa. Su propia narración de su vida y obra". In Ariel Pérez Rodríguez, Viaje al centro del Verne desconocido. L'Havana. Editorial Gente Nueva. 2009. pp. 62-63.

(11) Lettera di Raymond Roussel a Eugène Leiris. Arts et Lettres No. 15.

“I misteri (svelati) della Jungla Nera. Gli strangolatori del Gange e Ponson du Terrail” di Stefano Nocentini

Il numero 34 è uscito!

Ilcorsaronero, numero 34

Il numero 34 della rivista Ilcorsaronero è uscito questo mese! Si conclude la monografia dedicata ai meravigliosi viaggi di scoperta ed avventura di Jules Verne!

Il numero è dedicato a Mino Milani, ad un anno dalla scomparsa. Leggiamo come sempre di imprese salgariane tra letteratura e sport, ma anche di Giustino Ferri e Luigi Capuana, nativi americani e romanzi western, Franco Battiato e bizzarre questioni paranormali, avventura e filosofia, e tanto altro!

Disponibili in pdf gli articoli Cavalcammo al fianco di Tommy di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi (scarica il PDF) e “Salgari: il mio maestro”. Gli scritti sul genere di Valerio Evangelisti di Paola Papetti (scarica il PDF).

Presto disponibili online altri materiali aggiuntivi!

Il sommario a questo link: Ilcorsaronero numero 34.