Intervista con Beatrice Masini (seconda parte) di Giulia Gadaleta
La prima parte di questo articolo è stata pubblicata sul Numero 34 de Ilcorsaronero.
La prima parte dell’intervista con Beatrice Masini, interamente dedicata alla biografia di Louisa May Alcott (https://www.giulioperroneditore.com/prodotto/louisa-may-alcott/) è pubblicata nel numero 34 de “Ilcorsaronero. Rivista Salgariana di Letteratura Popolare”.
Negli ultimi anni ti sei dedicata ad alcuni romanzi per adulti. In Tentativi di botanica degli affetti e I nomi che diamo alle cose mi sembra che tu segua una tua ossessione per le case, come se fossero dotate di un’anima loro propria. La villa del Manzoni e la casa che Anna eredita da Iride Bandini hanno qualcosa in comune?
«Ognuno di noi ha due case – una concreta, collocata nel tempo e nello spazio; l’altra infinita, senza indirizzo. E viviamo ad un tempo in entrambe.» È una frase di Olga Tokarczuk. La mia casa infinita ha assunto molte forme, anche nei libri per ragazzi ci sono tante case, che parlano, pensano, scricchiolano, vivono vite proprie. Sono le case possibili, e anche le case dei personaggi, che non sono veri ma possibili. In comune hanno il fatto di cambiare di continuo, sono elastiche, si adattano agli slanci. Sia la casa di don Titta-Manzoni che quella di Anna sono tutte mie. Che impero immobiliare si può costruire col desiderio.
Credo che I nomi che diamo alle cose sia il tuo libro-manifesto: Iride Bandini è una scrittrice per ragazzi che lascia in eredità una casa a colei a cui ha affidato le proprie memorie, Anna. È una donna difficile, caratterialmente e umanamente, e mi pare che il tema di questo romanzo sia la maternità e quanto la maternità abbia a che fare con la scrittura per ragazzi, è così?
Iride è l’antiscrittrice per ragazzi, non coincide con l’idea preconcetta che abbiamo, a lei i bambini non piacciono, piuttosto le interessano. Bianca Pitzorno in Storia delle mie storie scrive cheda uno scrittore per ragazzi ci si aspetta sempre una sorta di maternage, che sconfina nell’intrattenimento; ma lo scrittore per ragazzi non è un pagliaccio né un fantasista. Iride è una donna che non fa sconti, senza zucchero, che è madre però mette da parte tutto quanto per il lavoro; al tempo stesso i bambini li ascolta, li osserva senza avere la pretesa di comprenderli. Riesce a capire che storie fare per loro e lo fa senza calcolo: le sue storie non sono prodotti ma qualcosa di naturale, sgorgato dal gusto puro del racconto e alimentato dalla sua conoscenza dei bambini. In contrasto con quegli scrittori che sono convinti di sapere che cosa va detto ai ragazzi. Beati loro.
C’è insomma tanta pappa morale, per dirla alla Alcott, ancora oggi?
Oh, certo. Anche –anti, mascherata dal suo contrario, la trasgressione a tutti i costi, la convinzione che occuparsi di problemi scottanti o anche semplicemente attuali sia una manifestazione di serietà nei confronti del pubblico. Invece è una moda: agganciare l’attualità spesso vuol dire piegarsi a scrivere un certo tipo di storie che funzionano bene nelle scuole, che vengono usate.
Mi vengono in mente i libri sulla mafia per ragazzi…
Alcuni (pochi) nascono da uno slancio autentico, da conoscenza profonda dell’argomento; altri sono totalmente d’occasione. Se scrivi a tema il rischio di scrivere qualcosa di stereotipato e guidato dal messaggio è altissimo.
Anna, la protagonista de I nomi che diamo alle cose, viene definita un’“ascoltatrice”: di lei Umile dice che “presta le parole agli altri”. Quanto scrivere per ragazzi è ascoltare e quanto è inventare?
Scrivere per ragazzi è più inventare che ascoltare, anche se prima devi aver ascoltato per fare tuo un certo vocabolario, e guardato bene, per far tuo un certo sguardo. Ma più importante è la voce. Più importante è avere memoria di quello che si è stati come bambini e tenersi stretto quel piccolo tesoro di sensazioni, impressioni. L’immaginazione si innesta su una base di fortissima realtà. Anna è l’ascoltatrice per professione: ci sono persone che lo fanno molto bene, i ghost writer, gli editor, in grado di aiutare un autore a dare il meglio senza essere invadenti. In I nomi che diamo alle cose ho parlato anche del mestiere che faccio e che vedo fare tutti i giorni, quel romanzo è uno sguardo sui mestieri della scrittura.
In I nomi che diamo alle cose Anna trasloca nella casa ricevuta in eredità da Iride, in un luogo per lei nuovo, e si confronta con chi in quel luogo è nato o l’ha scelto prima di lei. Mi sembra che in qualche modo si chieda cosa significhi mettere radici: la risposta che trova nel corso del romanzo ha a che fare con il compito che ciascuno di noi si dà, fare e rifare quella cosa anche se al mattino sarà disfatta. Una cosa che giudichiamo come ossessiva in chi ci ha preceduto, in chi è più vecchio di noi. Mi sembra che in questo ci sia un aspetto della tua poetica.
Sì, forse va insieme al desiderio di non essere troppo giudicante, mai, ognuno ha i suoi percorsi che sono segnati da circostanze esterne insondabili. Credo la si possa definire una forma di liberalismo, io sono io, so dove sono, cerco di saperlo, tu sei lì, le nostre strade si incrociano, ci sono incroci genetici o casuali, però restiamo entità diverse e ciascuno risponde solo a sé stesso di quello che fa, di come lo fa.
Dire che sei un’autrice prolifica è banale: hai scritto di tutto, albi illustrati, riscritture di miti e fiabe, serie per bambine (cit…), romanzi distopici. Mi sembra che Bambini nel bosco e La fine del cerchio formino un dittico, il primo è un post apocalittico, una distopia, il secondo il dopo, la ricostruzione…
…con dei fili sottili sottili che li legano che di fatto sono poche pagine…
Nel primo c’è il cerchio che si costruisce e nel secondo il cerchio che si apre…
Bambini nel bosco è uno dei libri più complicati che ho scritto, mi ci sono voluti cinque anni, La fine del cerchio meno perché è organizzato in tre racconti concatenati e avevo già preso le misure di questo genere che non avevo mai pensato di affrontare. L’immaginazione spostata nel futuro dà un sacco di possibilità: quando leggo per mestiere i nuovi romanzi per adulti, italiani e no, spesso mi trovo a leggere storie che ho già incontrato decine di volte nei libri per bambini e per ragazzi, anche quelli di cinquant’anni fa. Sembra che gli adulti arrivino sempre in ritardo. Margaret Atwood era arrivata alla distopia da un pezzo, e non se n’era accorto nessuno. Penso ad un grandissimo scrittore per ragazzi americano che si chiama M.T. Anderson, affronta temi e soggetti che ho visto ri-rivisitati tante e tante volte. È chiaro che le idee sono di tutti e sono sempre le stesse, tutto sta in come le sviluppi. Quando mi sono lanciata in questa distopia mi sono resa conto delle possibilità che consente ma anche dei limiti: quando usi tanto l’immaginazione devi sapere anche dove fermarti. Questo vale anche per il fantasy. Perché molti fantasy non funzionano? Perché sono triti e sfuggenti, si capisce che l’autore non sa controllare la materia e continua a riempire la storia di invenzioni incoerenti. In Bambini nel bosco c’è stato un gran lavoro di costruzione e meditazione. Quanto al finale aperto, è in qualche modo un omaggio all’Asimov delle Cronache della galassia: l’ho letto da ragazzina e ho continuato a pensare a questa idea molto semplice dell’infinito che non è né diritto né rovescio, né sopra né sotto.
In Bambini nel bosco c’è un libro di fiabe terrestri che viene letto e cementa questo gruppo di bambini fuggitivi e li trasforma in una comunità, li fa crescere e scoprire l’importanza della memoria e del tempo, mentre ne La fine del cerchio questo ruolo delle storie non c’è, perché? Perché è l’inizio e dunque non c’è il tempo?
Forse sì. In La fine del cerchio ho pensato che ovunque fossero finiti, questi bambini ricominciano davvero daccapo, dall’inizio del mondo. Il libro, la storia scritta può arrivare solo molto più in là. Le storie ci sono, anche lì i ragazzini si raccontano subito delle storie, però non c’è il libro come oggetto, la civiltà è da venire, è stata azzerata, quindi sono più importanti i sensi.
…e l’addestramento a fare le cose…
Sì e anche a fare le cose, porsi i problemi e fare le cose, anche in circostanze diversissime. Il racconto africano è nato dall’unico viaggio che ho fatto in Africa, sono stata in Tanzania per Oxfam ed eravamo in un’isola sul lago Victoria, lì non c’erano tantissimi animali perché non era la stagione giusta, ma la sensazione di essere all’inizio del mondo, con l’acqua, con il verde, con queste lucertole azzurre grandi così, tutto un po’ più grande e tutto così vivo… però anche quelle distese di plastica impigliate nei rami, una visione orrenda.
Invece il terzo racconto, quello nella villa ottocentesca, è sempre ambientato nella villa del Manzoni come Tentativi di botanica degli affetti?
No, nella mia testa è più una villa veneta, uno di quei posti un po’ magici con le stanze dentro le stanze dentro le stanze, con i trompe-l’-oeil sulle pareti… È un po’ la connessione del futuro con il passato, lì la casa esiste, è rimasta, e devi trovare quel che ti serve in un posto che non hai costruito tu e che non è stato costruito per te.
Tra le riscritture di fiabe ho trovato Blu, un’altra storia di Barbablù (Pelledoca edizioni). Quando Blu scopre i resti delle altre mogli di Barbablù nel suo diario-confessione ci dice che non comprende le ragioni per cui lui le abbia uccise. C’è questa frase che si ripete “aveva fatto o non fatto qualcosa, dalla storia non si capiva bene”. Come mai?
È chiaro che Barbablù chiama il tema del femminicidio, però questo non è un libro a tesi, è solo la riscrittura di una fiaba. Perché Barbablù uccide le sue mogli? La fiaba è estremamente elusiva, i perché restano senza risposta, le fiabe ci raccontano cosa e come, perché quasi mai, è la loro logica. Io ho scelto di assumere il punto di vista di Blu, l’ultima delle mogli, l’unica che scamperà alla strage, perché è più facile, perché noi stiamo dalla parte del buono e non del cattivo. Blu non ha capito perché non può insinuarsi dentro la testa di Barbablù. Noi non sappiamo mai cosa scatta nella testa di chi compie certi gesti di violenza suprema, è rabbia, squilibrio, incapacità di controllare i propri gesti, ancestrali differenze o diseguaglianze che riaffiorano…
Invece in Se è una bambina hai lavorato sull’alternanza di due voci: la voce della bambina che si deve raccontare che la sua mamma è morta e ci mette tutto il libro e la voce della mamma che la osserva da questa limbo in cui è confinata, che tu chiami l’armadio degli scettici. Da che esigenza è nato?
Avevo scritto due pagine con questo tipo di prosa, senza punteggiatura, dando voce al flusso di pensiero di una bambina piccola. Quella voce si è incrociata con le storie di famiglia di mia mamma: i suoi genitori morirono entrambi in un bombardamento, lei era la più piccola e fu spedita in un orfanotrofio per orfani di guerra a Verona. Quando eravamo piccoli ci raccontava spesso questi pezzi di vita, poi a un certo punto ha smesso. Però questi suoi racconti erano rimasti tutti lì; lei era stata molto bene, le suore erano buone e gentili, ma era sempre un luogo di solitudine, di affetti sostitutivi. Ho iniziato ad interrogarmi su cosa significa crescere senza una mamma, trovarsi da soli, saperlo ammettere, capire e non capire, avere intorno un mondo di adulti che subiscono la tua stessa perdita ma in qualche modo se la cavano, invece tu sei piccola e sei sola: ecco, è venuto da lì.
I cani sono onnipresenti nei tuoi romanzi. Penso al cano, ibrido tra cane e maiale di Bambini nel bosco ma soprattutto a Solo con un canein cui un bambino fugge con il suo cane per salvarlo dall’editto feroce che vuole tutti i cani morti.
Anche questa è una cosa legata a mia mamma: quando ero piccola e andavamo in campagna dai parenti la vedevo tornare in un attimo così naturale con gli animali, i cani venivano a lei, lei sapeva come parlare con loro, come accarezzarli, come trattarli. Io ero una bambina di città e non avevo la stessa dimestichezza, le invidiavo quella familiarità così semplice. Era così con i bambini e con i cani. Adesso un cane ce l’ho anch’io, o forse è lui che ha me, non lo so, non importa; e i cani nelle mie storie li metto appena posso.
La seconda parte dell’intervista a Beatrice Masini qui riprodotta è stata pubblicata su https://www.vocidallisola.it/.
Il 12 e 13 maggio all'Accademia Roveretana degli Agiati si terrà il convegno La lunga storia editoriale del fumetto italiano. Dal “Corriere dei Piccoli” a “Linus” e oltreorganizzato da Claudio Gallo, Nicola Spagnolli e Andrea Tenca. Per l'occasione, dal 9 al 28 maggio, alla Biblioteca civica G. Tartarotti sarà visitabile la mostra "Dal “Corriere dei Piccoli” a “Linus” e oltre..." allestita da Claudio Gallo, Nicola Ganci e Nicola Spagnolli.
Per informazioni dettagliate sul convegno si vedano locandina e programma qui sotto!
Jules Verne: tre secoli dopo (seconda parte) di Ariel Pérez Rodríguez
La prima parte di questo articolo è stata pubblicata sul Numero 34 de Ilcorsaronero.
Conoscenza senza sforzo Verne aveva già pubblicato, con un certo successo, tre romanzi, quando, nella prefazione di Le avventure del capitano Hatteras, Hetzel affermò che lo scopo della serie era «riassumere tutte le conoscenze geografiche, geologiche, fisiche e astronomiche elaborate dalla scienza moderna e rifare, nella sua forma attraente, la storia dell'universo». Più tardi, in quello stesso testo introduttivo, parla un po' di più del ruolo assegnato a Verne e di come prevedeva successive puntate con più romanzi dello stesso tipo:
I critici più autorevoli hanno visto nel signor Jules Verne uno scrittore di temperamento eccezionale al quale, per rendergli giustizia, doveva essere accordato, fin dall'inizio, un posto a parte nelle lettere francesi. Questo narratore pieno di fantasia e di fuoco, questo scrittore originale e puro, con una mente vivace e agile, alla pari con i più abili nell'arte di narrare drammi inaspettati che forniscono un interesse così crescente alle sue audaci concezioni, e parallelamente essedo egli profondamente istruito ha creato un nuovo genere. Ciò che spesso viene promesso, e raramente offerto, è l'istruzione che diverte, il divertimento che istruisce, e questo il signor Verne lo prodiga senza risparmio in ogni pagina dei suoi emozionanti racconti. D’altronde, i romanzi del signor Jules Verne sono arrivati nel momento più opportuno. Quando vediamo come il pubblico smanioso di correre alle conferenze che si tengono ovunque in Francia, quando vediamo che, accanto alla critica d'arte e di teatro, si è dovuto far posto nei nostri giornali ai rapporti dell'Accademia delle Scienze, non possiamo che ammettere che l'epoca in cui viviamo ha bisogno di qualcosa di più dell'arte per l'arte, e che è giunto il momento che la scienza abbia un posto nel campo della letteratura. (1)
In termini generali, i Viaggi Straordinari rappresentano un universo squisito carico di pedagogia, esplorazione e scienza, scritto esplicitamente per la gioventù dell'epoca, per ragazzi e ragazze senza distinzione di sesso. Il valore della pedagogia nelle sue opere non si spiega con il fatto che egli segua uno schema o un copione preparato in anticipo, ma con la qualità dell'istruzione deliberata. Verne ha sempre creduto che il ruolo di un romanziere fosse quello di istruire per fornire conoscenza ai suoi lettori, piuttosto che offrire un dramma con personaggi profondi ed elaborati, forse questa è una delle ragioni per cui la sua letteratura non era percepita dai suoi contemporanei come 'vera'. Questa istruzione è incanalata attraverso l'esposizione pedagogica. Come afferma Arthur B. Evans in un articolo (2) in cui discute la funzione della scienza nella letteratura romanzesca dell'epoca, la conoscenza da trasmettere poteva essere dichiarata in due modi: direttamente o indirettamente. Il primo inserisce il messaggio esplicitamente nel testo senza alcun tentativo di diluirne la natura. Il flusso normale della narrazione si arresta bruscamente, e si comincia a verificare un cambiamento completo quando da questo punto in poi l'autore vuole informare direttamente il suo lettore e renderlo consapevole delle informazioni scientifiche rilevanti sul soggetto in questione. Non c'è alcuno sforzo da parte dello scrittore di incanalare la voce scientifica attraverso i personaggi del racconto. I processi sono semplicemente descritti così come sono. Un esempio di questo è il blocco di 14 pagine di astronomia di base (con grafici) che è intercalato nel capitolo di apertura di Dalla Terra alla Luna. In altri casi i dettagli scientifici sono più strettamente integrati nella struttura narrativa del testo e senza cambiare il soggetto o fermare il flusso della narrazione sono inseriti attraverso brevi supplementi, tra parentesi o utilizzando le note a piè di pagina. Nel caso dell'esposizione indiretta, la lezione scientifica è più pienamente incorporata nella trama e Verne introduce la conoscenza usando gli stessi protagonisti fittizi. Il didascalismo scientifico è intessuto nel dialogo e assimilato come parte del normale flusso della storia. Spesso prende la forma di un protagonista esperto che insegna al suo apprendista o compagno di viaggio le scoperte e le teorie della scienza moderna, il più delle volte per demistificare un enigma sconcertante che hanno incontrato durante il loro viaggio. Si consideri, per esempio, il caso atipico della neve rossa osservata durante la spedizione di Hatteras al Polo Nord in Le avventure del capitano Hatteras o i dialoghi tra Michel Ardan e Barbicane in Dalla Terra alla Luna sulla fattibilità tecnica di una fornitura continua di aria fresca dentro la capsula spaziale di Barbicane. In questi passaggi, le spiegazioni sono sempre chiare, concise e complete, e strutturate in modo molto logico per una comprensione e assimilazione immediata. D'altra parte, le illustrazioni nei romanzi verniani furono sempre importanti come aiuto visivo all'intenzione didattica esplicita dei Viaggi straordinari. Il gran numero di immagini puramente pedagogiche che hanno ben poco a che vedere con gli eventi narrati nella trama è talvolta sorprendente: le specie di pesci elencate da Conseil in Ventimila leghe sotto i mari, le fasi della luna in Dalla terra alla luna, il pianeta Saturno e le sue lune in Le avventure di Ettore Servadac, vari tipi di mongolfiere e dirigibili in Robur il conquistatore. Erano tutte immagini illustrative ed altamente educative per i lettori francesi della metà del XIX secolo.
Le opere di Verne, che hanno la reputazione storica di essere i primi esempi della fantascienza moderna, sono in realtà più didattiche e meno fantastiche. Lo scrittore francese, con il suo stile narrativo e il suo modo di trasmettere la conoscenza, mirava a fornire ai suoi lettori un accesso diretto all'apprendimento. A tal fine, si è affidato e ha ritenuto necessario elaborare una serie di veicoli straordinari, quelli stessi per i quali è stato ricordato dai posteri, ma che erano certamente teoricamente fattibili al momento della sua scrittura (3). La vera spinta dei testi di Verne non stava in questi futuristici espedienti tecnologici, ma piuttosto nella conoscenza che ne deriva nel permettere ai suoi eroi - e incidentalmente ai suoi lettori - di andare in giro per questo nostro mondo. Proprio come oggi l'informatizzazione delle biblioteche facilita il recupero dell'apprendimento accumulato dall'umanità, il vero scopo della macchina verniana era quello di facilitare la trasmissione pedagogica di quell'apprendimento ricreando, per il lettore, un'emozionante esperienza di prima mano attraverso la scoperta.
Uno stile tutto suo
Tuttavia, questa esperienza viva di viaggi e di imprese, che doveva essere trasmessa ai suoi lettori, non poteva certo essere realizzata se non c'era modo di trasmetterla, di comunicarla in modo che fosse assimilata. Per fare questo, Verne si affidò alle sue doti di narratore, alle sue lunghe descrizioni di situazioni e luoghi, alla sua capacità di trovare temi interessanti per raccontare le sue storie - come la trama de Il giro del mondo in 80 giorni, che fu direttamente ispirata da un racconto di Edgar Allan Poe, uno dei suoi scrittori preferiti. Faceva parte del suo stile letterario, qualcosa che lo distingueva anche quando era vituperato dai suoi contemporanei. Le infinite enumerazioni di Verne nei suoi testi sono famose. Per citarne solo alcuni: elenchi di provviste e forniture in Un inverno tra i ghiacci, Viaggio al centro della terra, Dalla terra alla luna e Intorno alla luna; di pesci e altra vita acquatica in Le avventure del capitano Hatteras e Ventimila leghe sotto i mari; di lavori domestici eseguiti da donne africane in Un capitano di quindici anni; di giornali in Il mondo sottosopra; di pionieri e martiri dell'aeronautica in Robur il conquistatore; di flora e fauna dell'Africa in Il villaggio aereo; di viaggiatori famosi in Cinque settimane in pallone, e così via. Pedanti agli occhi del lettore ordinario, queste liste sono esempi di stile proprio che sono una parte essenziale dell'esperienza di apprendimento come un importante contrappunto alle aspettative convenzionali. Forse i giovani potrebbero essere interessati a cercare ulteriori informazioni per saperne di più sull'argomento. «Il grande rammarico della mia vita è stato il fatto di non aver mai avuto un posto nella letteratura francese» (4), disse lo stesso autore in un'intervista. Verne è uno degli autori più conosciuti fuori dalla Francia e uno dei meno conosciuti nel suo paese. Nel corso degli anni, la sua letteratura fu finalmente acclamata e, secondo diversi suoi compatrioti, il suo modo di raccontare e scrivere i suoi romanzi gli avrebbe fatto guadagnare più attenzione da parte dei suoi contemporanei. Si dice che Guillaume Apollinaire, uno dei più importanti poeti francesi del XX secolo, abbia detto della sua opera: «Che stile ha Jules Verne, solo nomi!» (5), mentre uno scrittore britannico, Rudyard Kipling (6), disse: «Date a un bambino inglese metà di Ventimila leghe sotto i mari nella sua lingua madre, e poi presentategli l'altra metà in francese… saprà capire il resto» (7). Infine, Perec (8) va oltre quando dice: «Quando, in Ventimila leghe sotto i mari, Jules Verne elenca in quattro pagine tutti i nomi dei pesci, ho l'impressione di leggere un poema» (9).
I mondi conosciuti e sconosciuti Cos'è davvero un «viaggio straordinario»? Michel Serres lo definisce così: «È un viaggio ordinario nello spazio (terrestre, aereo, marittimo, cosmico) o nel tempo (passato, presente, futuro), un viaggio da un punto dato a un punto desiderato… in secondo luogo, è un viaggio enciclopedico: l'Odissea è circolare, percorre il ciclo della Sapienza… infine, è un viaggio iniziatico nello stesso senso del viaggio di Ulisse, dell'Esodo del popolo ebraico o dell'itinerario di Dante». Se si esplora attentamente la serie di titoli che compongono il suo ciclo di romanzi, si può vedere che i suoi racconti ci hanno portato in un viaggio nei cinque continenti. Per citarne solo alcuni: America (Robur il conquistatore, Le avventure del capitano Hatteras, Il testamento di uno stravagante, I figli del capitano Grant, Dalla terra alla Luna, Il paese delle pellicce, I naufraghi del Jonathan, ecc. ); Africa (Le avventure di Ettore Servadac, Cinque settimane in pallone, La stella del sud); Oceania (I figli del capitano Grant, Ventimila leghe sotto i mari, La scuola dei Robinson, Due anni di vacanze); Asia (Michele Strogoff, La casa a vapore); Europa (Viaggio al centro della terra, Le Indie nere, I cinquecento milioni della Bégum, Il raggio verde, Mattia Sandorf, Un biglietto della lotteria). Alcuni di essi, come Il giro del mondo in 80 giorni, si svolgono in diversi paesi. Altri, come Ventimila leghe sotto i mari, ci invitano a esplorare mondi sottomarini.
Uno dei grandi miti creati intorno alla figura dello scrittore francese è quello di Verne che scrive dalla comodità della sua casa, viaggiando semplicemente con la sua immaginazione. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità, dato che Verne ha viaggiato, e molto. Comprò tre imbarcazioni da diporto che lo portarono in diverse parti d'Europa, in Africa e anche in Nord America (dove ebbe la fortuna di vedere le cascate del Niagara) a bordo del Great Eastern. L'esperienza acquisita in questi viaggi ha fornito lo sfondo per molti dei suoi romanzi e in alcuni casi è servita come trama principale.
L'obiettivo di Verne era quello di descriverci la Terra e per questo fece certamente uso delle riviste dell'epoca e la sua familiarità con gli argomenti scientifici e le loro applicazioni pratiche, durante la quale prese molti appunti, è dovuta alla sua regolare lettura di pubblicazioni come Revue bleue, Revue rose, Revue des deux mondes, Cosmos, La nature di Tissandier e L'astronomie di Flammarion, così come i bollettini delle società scientifiche, specialmente quelli della Società Geografica, poiché la Geografia era la sua grande passione. In una delle sue interviste, Verne dice al suo interlocutore:
«La mia biblioteca personale contiene tutte le opere di Elisée Reclus - per il quale ho una grande ammirazione - e tutte quelle di Arago. Ho letto e riletto, perché sono un lettore molto attento, la nota raccolta Le tour du monde, una serie di racconti di viaggio. Ho migliaia di note aggiornate su diversi soggetti, e al momento ho ventimila note che possono essere invertite nel mio lavoro, perché non sono state utilizzate fino ad oggi. Alcune di queste note sono state prese durante le conversazioni. Mi piace sentire la gente parlare, a condizione che parli di argomenti che conosce. Ho avuto la fortuna di venire al mondo in un momento in cui ci sono dizionari di tutti i tipi. Tutto quello che devo fare è cercare nel dizionario l'argomento su cui ho bisogno di informazioni, ed eccolo lì. Naturalmente, con le mie letture, ho anche raccolto molte informazioni e, come vi ho detto prima, molte idee girano sempre nella mia testa. Così, un giorno, in un caffè di Parigi, ho letto un articolo su Le Siècle, che affermava che un uomo poteva fare il giro del mondo in soli ottanta giorni. Immediatamente la mia mente ha balenato con la possibilità che a causa della differenza di orario, il viaggiatore potrebbe essere un giorno avanti o un giorno indietro nel suo viaggio. Avevo trovato una trama per una storia. Ho scritto la storia solo molto più tardi. Porto sempre varie idee nella mia testa per anni - dieci o quindici a volte - finché non prendono finalmente forma. Il mio obiettivo è stato quello di dare un'immagine della Terra e non solo della Terra, ma dell'Universo. Ricordate che, in alcune occasioni, ho portato i miei lettori oltre la Terra. Allo stesso tempo ho cercato di mantenere la bellezza nello stile….» (10).
Ed è proprio questo desiderio di descrivere l'universo nel modo più piacevole possibile che raggiunge quella vicinanza, quella sensazione di possesso e coinvolgimento personale che fa sì che un lettore greco si identifichi con i passaggi descritti in L'arcipelago in fiamme, un quebecchese con la storia raccontata in Famiglia senza nome, un americano nel trattato sulla geografia pratica degli Stati Uniti che costituisce Il testamento di uno stravagante, o un venezuelano nei dettagli della giungla amazzonica raffigurata in Il superbo Orinoco. Verne non solo dipinge il mondo circostante in modo tale che il lettore locale senta riflessi i costumi della sua patria, ma coinvolge anche coloro che, a migliaia di chilometri di distanza, entrano in empatia con i personaggi e assistono senza sforzo, senza alcun obbligo, a lezioni ben tenute di geografia fisica e politica. È proprio in questa qualità di attirare l'interesse dei nostri paesi, indipendentemente da dove si trovino sul pianeta, che risiede l'universalità delle opere dello scrittore gallico. Infine, credo che siamo ora in grado di avere una risposta coerente alla domanda del perché Verne rimanga vivo nel gusto popolare tre secoli e diverse generazioni dopo. Mi azzardo a dare una risposta concisa in poche parole. Proprio per questa capacità di farci sognare attraverso la sua letteratura ben scritta, il suo stile diretto e descrittivo; per la qualità di trasmetterci quella forte illusione di libertà limitata solo dalla natura e dalla morale, con orizzonti sempre più estesi dalla ragione e dalla scienza, attraverso i suoi eroi umani che si affidano alla tecnologia per raggiungere luoghi remoti -dove talvolta nessuno era andato prima-, e realizzare le imprese più memorabili; per quell'esposizione pedagogica che permette al lettore di assorbire le conoscenze più profonde in modo didattico e facilmente assimilabile. Verne ha portato le generazioni in un viaggio per più di centocinquant'anni, e Roussel aveva già anticipato che «è di gran lunga il più grande genio letterario di tutti i secoli. Rimarrà quando tutti gli altri autori del nostro tempo saranno stati dimenticati» (11).
(1) Avertissement de l’éditeur, in Voyages et aventures du capitaine Hatteras. París. Hetzel. 1866, pp. 1-2.
(2) Evans, "Arthur B. Functions of Science in French Fiction". In Studies in the literary imagination, XXII:1, 1989, pp. 79-100.
(3) In questo senso, e anche se c'è di più, vale la pena ricordare a questo punto che molte delle famose «invenzioni» e «macchine» verniane esistevano già o avevano un prototipo creato all'epoca. Un esempio classico è il Nautilus. Verso la fine del XVIII secolo, Robert Fulton, un inventore americano, presentò al Direttorio di Parigi il prototipo di un sottomarino con lo stesso nome di quello del romanzo di Verne. La prova di questo apparecchio fu effettuata con successo in Francia tra il 1800 e il 1801, quando Fulton e tre meccanici scesero fino a una profondità di 25 piedi. Bisogna chiarire che la storia del sottomarino risale a molti anni prima di questa presentazione, quando nel 1620 fu costruito il primo prototipo come base per quelli futuri, essendo questa invenzione opera di Cornelis Drebbel, che aveva progettato un veicolo sommergibile di legno rivestito di pelle. Poteva trasportare 12 rematori e un totale di 20 uomini - una bella impresa per l'epoca! Il dispositivo poteva immergersi ad una profondità di 20 piedi e aveva una portata di 10 chilometri.
(4) Sherard, R. H. "Jules Verne en casa. Su propia narración de su vida y obra". In Ariel Pérez Rodríguez, Viaje al centro del Verne desconocido. L'Havana. Editorial Gente Nueva. 2009. pp. 62-69.
(5) La citazione è stata menzionata in diversi libri anche se non c'è alcun riferimento diretto ad essa, né si sa in quale contesto è stata espressa.
(6) Joseph Rudyard Kipling (1865-1936) è stato uno scrittore e poeta britannico di origine indiana. Autore di racconti, storie per bambini, romanzi e poesie. È ricordato per le sue storie e poesie sui soldati britannici in India e la difesa dell'imperialismo occidentale, così come per i suoi racconti per bambini. La sua opera più popolare fu la raccolta di racconti Il libro della giungla.
(7) Kipling, Rudyard. Souvenirs of France. Capitolo I. New York. 1933.
(8) Georges Perec (1936-1982) è stato uno dei più importanti scrittori della letteratura francese del XX secolo. Le sue opere scritte comprendono romanzi, opere teatrali, poesie, saggi, opere varie, sceneggiature, raccolte di articoli, libri illustrati in collaborazione con pittori, giochi verbali e linguistici.
(9) Perec, Georges. "J’ai fait imploser le roman". In Galerie des Arts, 184 (1978), p. 73.
(10) Sherard, R. H. "Jules Verne en casa. Su propia narración de su vida y obra". In Ariel Pérez Rodríguez, Viaje al centro del Verne desconocido. L'Havana. Editorial Gente Nueva. 2009. pp. 62-63.
(11) Lettera di Raymond Roussel a Eugène Leiris. Arts et Lettres No. 15.
Il numero 34 della rivista Ilcorsaronero è uscito questo mese! Si conclude la monografia dedicata ai meravigliosi viaggi di scoperta ed avventura di Jules Verne!
Il numero è dedicato a Mino Milani, ad un anno dalla scomparsa. Leggiamo come sempre di imprese salgariane tra letteratura e sport, ma anche di Giustino Ferri e Luigi Capuana, nativi americani e romanzi western, Franco Battiato e bizzarre questioni paranormali, avventura e filosofia, e tanto altro!
Disponibili in pdf gli articoli Cavalcammo al fianco di Tommy di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi (scarica il PDF) e “Salgari: il mio maestro”. Gli scritti sul genere di Valerio Evangelisti di Paola Papetti (scarica il PDF).
Presto disponibili online altri materiali aggiuntivi!
Doppio appuntamento per la rassegna Prove d'Autore in occasione della Giornata mondiale del libro con letture sportive!
Venerdì 21 aprile alle ore 18.30 presso Cantina Corte San Benedetto (Arbizzano, Negrar di Valpolicella), Gaia Passamonti dialoga con Diego Alverà, autore di Il romanzo del Fuji. Lauda, Hunt, F1 1976(66thand2nd editore, 2022).
È il 24 ottobre del 1976 e sul circuito giapponese alle pendici del monte Fuji la pioggia scende incessante dal mattino. In quest’ultima gara della stagione si deciderà il campionato di Formula 1. A contendersi il titolo, l’austriaco campione del mondo in carica Niki Lauda, che qualche mese prima al Nürburgring è stato vittima di un incidente terribile, uscendone vivo per miracolo, e l’inglese James Hunt, talento purissimo e spirito ribelle. I due piloti sono divisi da soli tre punti e uniti da una singolare amicizia. In un tempo e in uno spazio sospesi, nell’attesa di conoscere se la gara si correrà o meno a causa del maltempo, si muovono tutti i grandi protagonisti dell’automobilismo di quegli anni: non solo piloti, come Lauda, Hunt, Emerson Fittipaldi, Clay Regazzoni, ma anche tecnici, meccanici e uomini di scuderia, come Mauro Forghieri, Alastair Caldwell, Daniele Audetto e Bernie Ecclestone. Diego Alverà, in questa storia vera più appassionante e tesa di un romanzo d’invenzione, racconta il variopinto mondo che anima il circus: una piccola folla di anime in movimento con i loro desideri e destini, passioni, ideali e interessi che si intrecciano, si incontrano e si allontanano. E sopra tutto questo, l’intenso, contraddittorio ed esclusivo rapporto tra Enzo Ferrari, che supervisiona ogni cosa e segue ogni corsa da Maranello, e il suo pilota Niki Lauda. Fuji 1976: una gara che segna il destino di un mondiale, ma anche l’inizio di cambiamenti epocali per la Ferrari e per tutta la Formula 1.
Diego Alverà, scrittore e storyteller, racconta storie grandi e piccole strappandole all’oblio per restituirle al presente sotto forma di narrazioni su carta, su web e dal vivo. È autore del blog Once in a Lifetime e dei libri Verona Milan cinque a tre (Scripta, 2013), Hellas Verona Story (Edizioni della Sera, 2017), T. Tazio Nuvolari. Pozzo 1928 (Scripta, 2018), Oltre Storie di eroi e antieroi dello sport (Ultra Sport, 2018), Ronnie Peterson. Quell’ultimo rettilineo (Giorgio Nada Editore, 2019), Ayrton Senna. Il predestinato (Giorgio Nada Editore, 2020), Idoli. Guida sentimentale di un calcio romantico (Edizioni della Sera, 2020), Gilles Villeneuve. Oltre il limite (Giorgio Nada Editore, 2022), Il romanzo del Fuji. Lauda, Hunt, F1 1976 (66thand2nd, 2022). Dal 2016 scrive, progetta e porta in scena, con il fortunato format di live storytelling “Diego Alverà racconta”, molte narrazioni originali dedicate a miti e icone dello sport, del calcio, dei motori, della musica, della montagna e dell’avventura. Le sue storie trovano inoltre spazio anche nelle numerose produzioni podcast di Storie avvolgibili, struttura di cui è direttore editoriale e autore.
Sabato 22 aprile alle ore 11.00 presso Casa Saertori 1898 (Negrar di Valpolicella), Mario Allegri dialoga con Darwin Pastorin, autore di Lettera a Bearzot. Il Vecio, Pablito, il Mundial '82 e altri incantesimi(Compagnia editoriale Aliberti, 2022).
Quarant’anni dall’indimenticabile notte del Bernabeu. Una lettera “a cuore aperto” a Enzo Bearzot, il Vecio: l’artefice numero uno del trionfo mondiale del 1982. Un viaggio a ritroso nel tempo e nella nostalgia, dal Brasile a Torino, fino alla notte di Madrid. Il ritratto di un uomo sincero, dalla schiena dritta, un Don Chisciotte che non ha mai smesso di seguire i propri ideali ed essere fedele ai suoi valori. Un grande italiano di ieri, che avremmo tanto bisogno di avere ancora qui, oggi, in questo presente smarrito.
Darwin Pastorin è nato a San Paolo del Brasile il 18 settembre 1955, figlio di emigrati veronesi. Giornalista professionista dal 1981, è stato inviato speciale e vicedirettore di “Tuttosport”, direttore responsabile di Tele+ e Stream, direttore dei nuovi programmi di Sky Sport, vicedirettore e direttore di La7 Sport, direttore responsabile di Quartarete Tv. Tra i suoi libri: Lettera a mio figlio sul calcio, L’ultima parata di Moacyr Barbosa e Avenida del Sol (Mondadori, rispettivamente 2002, 2005 e 2007); Le partite non finiscono mai e Tempi supplementari (Feltrinelli, 1999 e 2002); Ode per Mané e Libero gentiluomo (Limina, 1996 e 2000); I portieri del sogno (Einaudi, 2009); con Giorgio Simonelli ha pubblicato Reti e parabole (Mursia, 2010) e, con il figlio Santiago, ha firmato Io, il calcio e il mio papà (Gallucci, 2007); Adesso abbracciami, Brasile! (Elliot, 2014), Lettera a un giovane calciatore (Chiarelettere, 2017), Gaetano Scirea: il gentiluomo (Giulio Perrone, 2019). Collabora con quotidiani e riviste e scrive per il teatro; per la sua attività di giornalista e scrittore ha vinto numerosi premi. È stato consigliere comunale, con delega alla cultura, del comune di Mazzè, in provincia di Torino. Si consiglia di seguire il suo blog in “Huffington Post”: https://www.huffingtonpost.it/author/darwin-pastorin/.